RECENSIONI

"OMAGGIO ALLA POESIA " di  R.Gentili da Macerata
"OMAGGIO ALLA POESIA " di R.Gentili da Macerata

20° recensione : L'ABISSO E' ALLE PORTE- Poesie del Poeta BEDA-Recensione di Novella Torregiani

RECENSIONE AL VOLUME DI POESIA ''L'ABISSO E' ALLE PORTE'' DEL POETA  BEDA

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Quale motivo spinge a scrivere e manifestare i propri sentimenti, le proprie emozioni ed angosce ai nostri simili? Certamente il voler comunicare e condividere parte della nostra vita, cercare conforto e compartecipazione , sentire il proprio dolore condiviso con qualcuno che già' lo abbia provato e che abbia l'umanità di ascoltare e corrispondere.

Su questo piano si pone la poetica del poeta Beda, che viene a rivelarci con sincerità aperta e luminosa, come solo un artista può fare, il proprio animo sofferente e disincantato, colmo di dolore divenuto intollerabile, tal che erompe dalla diga dell'anima , per farsi canto di poesia. Anche il Leopardi cantò questo dolore e ci riportò al destino finale di ogni essere vivente : se questi canti poetici si ripropongono di generazione in generazione, come un opporsi al crudele destino dell'uomo, ma contengono quella dignità di verso e di fraseggio, quella sincera emozione di chi scrive, e questo si nota subito per la commozione che suscitano, non si può certo parlare di solipsismo, un compiacimento del proprio dolore, ma il naturale grido di soccorso di chi ha necessità di aiuto.

Il poeta BEDA, coglie nella struggente bellezza della natura, anche questa in declino, una qualche consolazione, nello splendore circostante, in contrasto con l'atmosfera scura di tenebre che si aprono sull'abisso della sua anima.

Causa di tutto questo, è la mancanza di una presenza, di una ‘’lei’’ assente, di un bimbo privo di vita ( forse un'allegoria di se stesso fanciullo), di affetti e luoghi lontani o scomparsi : ''...tu non sei qui. Poserò il mio silenzioso dolore / in questo morente e spento insieme di versi.'' (pag.27).

''Non ho niente di più che il nulla. /E’ perduto, sei perduta. Sono perso.’’( pag.28)

Dunque, il poeta è privo di scopi di vita, ma creando versi, cerca rifugio in questi , rievocando, scavando con metafore ed immagini raggianti di vita o immerse nello sconforto; a volte si apre qualche parentesi di timida speranza che, subito, si spegne : ’’Timido questo fuoco che dentro mi rode / e intanto è vuoto il grembo di questo mondo.’’ (pag . 32)

Le ultime liriche descrivono le devastazioni ambientali ed il Poeta, conscio dell’impossibilita di porvi rimedio o di essere ascoltato, lancia anatemi a chi ne è causa, nell’indifferenza della gran parte dell’umanità.

‘’La resa è una vittoria, lo sai?’’ (pag 74) : verso terribile di denuncia, contro una società sorda e cieca che non vede altro che profitto.

Pure, anche se molto raramente, tra queste tristezze, a volte, bussa la felicita’, ma è solo ’’…un istante impalpabile d’eterna estasi e mi accovaccio sopra piangente.’’ Lascio a questo punto i versi, volendo serbare l’immagine del poeta in un momento consolatorio.(pag. 69)

Mentre scorro i testi, comprendo che nessuna parola spesa a recensire, potrebbe renderne l’intensità, la commozione e l’etica presenti e resi, come pure la bellezza sobria , nobile di questo poetare molto commovente che denota anche una competenza di stile letterario molto avanzata, pur nella linearità di una terminologia consueta e familiare, non ridondante o astrusa ,incomprensibile o contorta.

Tutti potrebbero abbeverarsi a questi versi così umani che entrano semplicemente nell’anima altrui, come acqua dissetante in un terreno arso che chiede soltanto di essere impregnato di bella poesia, dignitosa nel dipingere amore e dolore, universali sentimenti che danno senso al nostro vivere.

                                       NOVELLA TORREGIANI

Porto Recanati, 24 aprile 2013

 

 

 

Recensione di Novella Torregiani alla poetica di

GIANPAOLO BELLUCCI 

 

 

 

”Mi sono accostata alla poesia di Gianpaolo Bellucci, con curiosita’ ed interesse con cui sempre mi accosto a chi mi chiede di farsi conoscere nell’intimo della propria anima, poiché è sempre interessante sfiorare un altro essere umano che , da anima ad anima, ci affida il proprio tesoro interiore.Cosi’ ho trovato un’anima bambina che gioca con i suoi pensieri talmente semplici nella forma e nella sostanza, come quelli di un bimbo che ha saputo conservare l’originario splendore dell’innocenza, pur essendo ormai adulto ed aver sperimentato le difficolta’ del vivere. Ogni componimento poetico, e’ una ”filastrocca” per adulti, che ha la magia di ricondurci alla nostra infanzia, quando le  emozioni in ”fieri”ci davano sensazioni intense ma indecifrabili ,mentre nella lettura del poeta Bellucci, queste sensazioni sono squarci di coscienza che si ribella a tutto ciò che contrasta il giusto,il bello ed i valori, in genere. La rima che compare spesso qui e là è il ritmo primo ,inte
so come ”primordiale” che ,penso, abbia fatto amare il verso, sin dall’origine. Giustamente queste poesie possono essere il tessuto di una canzone, queste per i giovani, tutte ritmo e parole !Dunque, questi testi possono comparire validamente, opportunamente collocati, nel campo musicale ,come uno dei tanti aspetti della produzione letteraria del nostro tempo. (Novella Torregiani) 26 nov. 2013

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§19° "IL MONDO NELLE NOSTRE MANI" Introduzione di Gian Mario Maulo -Recanati.21 Marzo 2012- Giornata Mondiale della Poesia.

 

                                 il mondo nelle nostre mani

 

 

L’arte può annunciare un modello di relazione sostenibile con il cosmo.

 

Le rappresentazioni dell’universo sottese alle varie forme d’arte, nella storia, oscillano fra il mito dell’Eden e l’utopia di ‘cieli nuovi e terra nuova’ del pensiero biblico, fra il Deus sive Natura del pensiero greco e la riduzione a luogo da abitare o da manipolare tipico della rivoluzione scientifica e tecnologica.

Fra i due estremi esiste una grande varietà di rappresentazioni dell’ambiente come scena in cui si muove l’uomo, sottomesso ai suoi processi, obbediente alle sue leggi oggettive, inquilino dipendente dalla sua casa, contemplativo del suo ordine e della sua armonia, oppure ‘dominus’, modellatore a sua immagine, manipolatore a suo uso,   ordinatore e ricercatore di costanti a misura di ragione (Kant), ricreatore di forme, infine, vittima degli stessi processi innescati come ’apprendista stregone’.

 

 

1. Il pensiero biblico

 

La Genesi descrive un   universo originariamente ‘kosmos’, uscito ‘mundus’ dalle mani di un Dio che se ne compiace, creato dal nulla in ‘giorni’ successivi, in ‘progressione’ fino all’uomo, in una settimana che sboccia nel ‘sabato’ del riposo contemplativo: ma il vertice della creazione, libero di passeggiare per l’Eden e di ‘dare il nome’ alle cose come suo custode affidatario e pastore, si erige a criterio soggettivo del bene e del male e ordinatore antropocentrico del creato. Inizia la rottura della ‘mitica’ armonia originaria: l’accusa reciproca tra uomo e donna, la cacciata dall’Eden, il conflitto fra Caino ed Abele, il disordine della natura nel mito del diluvio, il conflitto tra popoli nel mito di Babele. La letteratura biblica, a differenza delle altre letterature mediorientali che narrano di un’ eterna lotta fra bene e male, descrive la relazione dell’uomo con la sua terra, perfino il disordine oggettivo delle catastrofi, della malattia e della morte, come ‘dramma’ della libertà/responsabilità personale e collettiva.   I Salmi cantano la grandezza di Dio nell’universo, la sua potenza nella Natura; in Giobbe il male fisico è prova di fedeltà a Dio; in Isaia già si annuncia una natura dalle relazioni utopiche; in San Paolo e nell’Apocalisse l’universo e l’uomo procedono insieme verso l’ ‘eschaton’, verso ‘cieli nuovi e terra nuova’ ‘quando Dio sarà tutto in tutti’ e il mondo, riconciliato con il suo principio, sarà pervaso dallo spirito della resurrezione.

 

2. Il pensiero classico

 

Nel pensiero presocratico il finito è solo parte dell’infinito, l’uomo un frammento della natura. Perciò la tragedia greca rappresenta l’uomo succube dell’”ananke”, della necessità, insita nella struttura oggettiva dell’universo e personificate nella volontà degli dei; l’arte figurativa tende a riprodurre l’armonia dell’universo nelle strutture e nei modelli umani; ma già il mito di Prometeo rappresenta un uomo che sfida la divinità per appropriarsi del fuoco, per sostituirsi ad essa nel dominio della natura; mentre nel mito di Sisifo l’uomo soccombe in un’eterna impari lotta con la necessità.

In Platone la Natura è riproduzione del mondo ideale, luogo dell’effimero, ombra, esilio; il corpo addirittura tomba dello spirito. In Plotino la natura è perenne emanazione dall’infinito, la materia il negativo del divino, l’opposto della sua origine luminosa, destinata però ad un continuo ritorno all’infinito.

Nella letteratura latina la natura è l’ ‘alma mater’, feconda, ma anche matrigna, da cui l’uomo dipende: la letteratura arcadica ne canta la relazione idillica, ma l’arte in genere riduce il mondo a scena, a teatro, a sfondo, più o meno plasmato a immagine di chi la abita ed è coinvolto nel suo divenire storico e biologico, solidali nella sofferenza e nell’avvicendarsi di generazioni ed eventi cosmici.

 

3. La rivoluzione scientifica e tecnica

 

Il pensiero moderno riconsidera le trasformazioni dell’habitat, le catastrofi naturali, l’avvicendarsi delle specie, la stessa origine del mondo: la teoria del ‘migliore dei mondi possibili’ tenta di conciliare il male della natura con la razionalità dell’Essere Necessario; la teoria dell’evoluzione considera invece l’intera realtà come un divenire, casuale o necessaria, dal meno complesso al più complesso: prima un’evoluzione fisica/ biologica senza fine e senza meta, poi un divenire dialettico in cui la materia e il male sono un momento intrinseco all’evoluzione verso lo Spirito Assoluto (Hegel) o un divenire totale aperto dialetticamente all’utopia (Bloch), o un’evoluzione creatrice integrale di cui la natura rappresenta solo una scoria (Bergson), o un’evoluzione totale psicofisica verso il punto Omega dell’Universo ormai giunta al punto critico dell’ assunzione di responsabilità dell’uomo come guida dell’Universo (Teilhard de Chardin). L’arte riflette questa temperie culturale nell’oggetto, nelle forme e nelle prospettive: essa scende dal cielo in terra, dagli altari, dai troni e dalle corti all’uomo comune, alle nature quotidiane, rappresentate in modo più o meno empatico o drammatico, romantico o veristico, ad oggetti più umili e più terreni; lo stesso ritorno al classico e, poi, lo stesso naturalismo cedono alla rappresentazione di una natura in cui l’uomo proietta le sue nevrosi e le sue ansie, le sue fragilità e introversioni, le sue paure e la sua provvisorietà, coinvolti nel vortice interiore e cosmico.

 

 

4. La coscienza ecologica

 

Man mano che la scienza si appropria dei segreti e delle costanti della natura e la tecnologia mette a servizio dell’uomo i risultati delle scoperte,   l’arte, dopo un’iniziale esaltazione illuministica per le ‘magnifiche sorti e progressive’ e per il futuro radioso, si crogiuola nella rappresentazione di un universo trasformato e/o manipolato dall’ ‘uomo tecnologico’, spesso frammentato e sfigurato, disintegrato nella coscienza.

L’immagine dell’uomo e della natura subisce diffrazioni, divisioni, frammentazioni, fino alla sua dissoluzione; l’arte si volge all’introspezione, all’astratto, all’irrazionale, al surreale, all’inconscio, all’informale o cerca nuove forme di razionalità soprattutto nell’architettura e nell’urbanistica. L’ambiente reale scompare dalla tematica artistica insieme all’uomo classico, trafitto anche dalla tragedia di due guerre mondiali.

Ma l’accelerazione del progresso scientifico e tecnologico nel microcosmo come nel macrocosmo suscita un allarme mondiale sulla capacità di governare i processi, di rallentare lo sviluppo per renderlo sostenibile, di invertire la rotta e di imporre un ritmo umano alla relazione dell’uomo con la natura.

Le tecniche di comunicazione e interazione permettono ormai di essere informati, di discutere e valutare l’azione dell’ ‘apprendista stregone’ in tempo reale e a livello globale: si forma una coscienza ecologica mondiale che oscilla fra punte apocalittiche e valutazioni minimaliste e coinvolge la filosofia, l’arte, come la scienza e la tecnica, la politica e la religione, chiamate ad assumere, pur nella loro autonomia, una responsabilità diretta.

 

 

 

 

 

5. La responsabilità dell’arte

 

L’artista non può, in nome dell’autonomia dell’arte, rimanere un contemplativo, cantore della bellezza e dell’armonia, o nostalgico dell’Eden perduto, oppure ridursi a drammaturgo del disordine e del male cosmico; non può restare indifferente o neutrale di fronte alla presunta necessità biologica, o al caso, o alla storia, o alle esigenze oggettive, o alle logiche economiche, o alla Provvidenza.

Non possiamo ridurci a giullari di una bellezza destinata a perire, a menestrelli di un’armonia ormai in frammenti, a interpreti di uno spartito ormai scarabocchiato, a decodificatori di un messaggio travisato, o solo a rappresentare una realtà manipolata.

La devastazione dell’ambiente oggi si chiama inquinamento chimico e radioattivo, produzione abnorme di rifiuti, saccheggio delle risorse energetiche, effetto serra, produzione di scorie spaziali, desertificazione, ritiro dei ghiacciai, deforestazione selvaggia, riduzione delle terre coltivate e uso delle terre per produrre più energia invece di cibo, diminuzione delle risorse idriche, spartizione ingiusta dei beni oggi perpetrata attraverso spregiudicate operazioni finanziarie mondiali,   depauperamento, appropriazione indebita, oppressione, riduzione in schiavitù, miseria, fame, malattia, morte: drammi che richiedono all’artista non di abbandonare la cetra ma di intonare un diverso canto dalla parte degli ultimi. A chi ci domanda “dov’è Abele?” non possiamo rispondere “sono forse io il custode di mio fratello?”.

Con la nostra fantasia creativa possiamo elevare il grido d’allarme ma anche proporre modelli alternativi di habitat: l’arte, quanto la scienza, quanto il pensiero razionale, può diventare ordinatrice di un universo e di un futuro dell’uomo ecocompatibile, in cammino verso cieli nuovi e terra nuova. Possiamo anticipare il futuro, sperare operativamente, annunciare e generare il nuovo.

 

Recanati 21 marzo 2012

Giornata Mondiale della Poesia

 

                                                                                                                                Gian Mario Maulo

**************************18° Recensione di Novella Torregiani al volume di poesie "PRENDI PER MANO LA MIA OMBRA" di Zef Mulaj

 

______ZEF MULAJ____PRENDI PER MANO LA MIA OMBRA__________________________________________________________

 

 

PREFAZIONE

di Novella Torregiani

 

 

Nel tempo di oggi, quando la Poesia è relegata in angoli marginali della cultura, in cui il numero di chi scrive è aumentato a dismisura, forse inflazionando la nobile arte del poetare e la libertà d'espressione, il poeta Albanese residente da anni in Italia, ZEF MULAJ, sceglie proprio il linguaggio poetico per esternare il pensiero, per trattare il dolore cocente, ancora presente nella memoria per la patria martoriata da guerre fratricide che non rispettano sentimenti né umanità, lasciando tracce indelebili nell' ambiente devastato e nelle coscienze che mai più dimenticheranno orrori e vittime, ancora presenti, come ombre in cerca di giustizia.Non dimentichiamo, però, che un romanzo dello stesso Autore, sullo stesso tema, è uscito da poco sulla scena europea, IMAZH, dove si descrivono, attraverso la prosa, le avventure di un gruppo di giovani albanesi che si muovono in un mondo d'intighi e di vicissitudini avvincenti, per sfuggire ad avventurieri dediti alla malavita.

 

La poesia di Zef Mulai commuove per la semplicità delle immagini e l'emotività che sa suscitare.

"La pioggia gonfia i fiumi / della mia anima../ "

e certo grandi piogge inondano il ricordo di Mulaj, quasi alla ricerca di un elemento purificatore per le devastazioni della Patria, come a voler idealmente detergere la sua terra, dalle profanazioni perpetrate nel passato. Questo si propone il Poeta, con i suoi versi ricchi di speranza nel futuro , in cui le nuove generazioni e le nuove genti "che percorrono i tempi", si rendano coscienti di quello che affidano agli anni a venire e comprendano il vero scopo per cui è bello vivere.

Ecco alcuni versi rivelatori di tanto battesimo purificatore:" ...bacio la sorgente fresca / con labbra assetate." Oppure "...Il mio corpo, / i miei pensieri, i miei sogni / ancora sotto la pioggia ." E insiste come un'anafora "...Così cammino sulle strade raggiante: / sento anch'io / pioggia pioggia pioggia..."

 

E' immenso il suo desiderio che le nuove generazioni tramandino valori universali alle genti di ogni razza, colore, civiltà e religione, con pelle ed occhi neri, con pelle bianca, gialla o di usanze e culti diversi.

"Sono andato via

bussando al cielo,

pregando Dio

per gli occhi neri del pianeta."

 

Ed ecco il suo grido di denuncia verso "uomini nudi", cioè, come belve, privi di ogni umanità e di

ogni valore sociale che depredano il pianeta e lo degradano per interessi personali, incuranti dei gravi danneggiamenti nei confronti dell'ambiente:

 

"... avvelenati

da sguardi di uomini nudi,

alberi seccati :

formiche giudicheranno

pensiero, anima, ideali

di uomini nudi.

 

La natura è nostro respiro!

 

Uomini nudi…."

 

 

Molteplici sono le differenziazioni dell'Umanità, ma unico deve essere il senso della vita: solidali nella nostra Umanità ! Messaggio di alta civiltà che il Poeta Zef Mulaj vuole tramandare nei tempi futuri lasciando il "vecchio cavallo", soldato tra i soldati di ieri, al nuovo "UNICORNO", simbolo di civiltà superiore, intrisa di valori etici.

 

"Tu, senza occhi,

senza mani,

ma il diario è scritto

con tutti i colori,

bianco, rosso, nero...

fiori..

Il diario del mio secolo,

pagine cucite

con onde del mare ..."

 

Nella trasfigurazione metaforica del dire, del porgersi al lettore, sorprendono le originali immagini poetiche perché, spesso, Zef ci lascia stupiti con interpretazioni a volte paradossali, con sospensioni finali, con metafore ed immagini oniriche eccezionali. Egli ama evadere ed elevarsi con "...la testa appoggiata sopra il cielo stellato" per guardare il suo mondo e scoprire se, per caso, anche "Dio ha paura delle bombe dell'uomo" oppure decida di farsi..."soldato" .

 

Ma un' immagine s' elèva su tutto questo lavoro poetico, un' immagine dolce e possente allo stesso tempo, un' immagine anche sofferente che invoca ed è invocata, che si abbandona ad un amore impossibile con la luna, per essere vicina all'animo tormentato dell'autore : è LA DONNA ,personificazione dell'Amore che tutto supera, che tutto consola, che tutto risolve per chi lo chiama e ne fa scopo di vita ! La donna, elevata ad AMORE UNIVERSALE, rigenera e porta speranza ; le poche liriche dedicate alla donna, sono commoventi ed intense nella loro concisione, ma quale rispetto, quale tenerezza emergono dai versi!

 

"Nome che governa

lo spirito dell'uomo

è la donna bella..."

 

Bella nel corpo e nell'animo.

 

Poi "Negli occhi mi guardi,
la parola al volto accede
e la voce che conosce usignolo
canta canta:
è sorriso sotto la pioggia."

 

"Non piangere
se vieni e non mi troverai
sotto l'ombra
della nostra quercia:
prendi per mano la mia ombra.... "

 

Inoltre, Zef non parla mai chiaramente di sé, dei suoi personali dolori che rivelerebbero un solipsismo nel quale ciascuno di noi, spesso, è trascinato, ma egli si apre all'Umanità, della quale si sente fortemente partecipe e per essa soffre, spera senza mai stancarsi. Questo è il maggior insegnamento dell'ARTE POETICA di Zef, che si fa tramite di elevazione verso una nuova èra di serena felicità, costruita dagli Uomini per gli Uomini affinché i sogni antichi e nuovi di noi tutti, si possano realizzare, finalmente, lasciando tracce e speranze di vita e non residui di morte come, fino ad ora, si è fatto. Non a caso, in questa raccolta, due poesie sono dedicate a due grandi figure del nostro tempo: il Papa Giovanni Paolo II , educatore e trascinatore di giovani e Nicola Calipari, operatore di pace, capace di sacrificare la propria vita a favore del prossimo.

Sarà un auspicio realizzabile? O, come molti credono, soltanto la Giustizia di Dio potrà farlo? Anche Dio spera che possiamo essere noi uomini stessi a costruire la PACE, ma gli indizi non sono promettenti perché gli uomini VESTITI DI VALORI sono minoranza nel mondo e, di solito, non ambiscono al potere.

La voce della POESIA potrebbe essere un invito autorevole, per costruire il SOGNO tanto auspicato.

 

Porto Recanati, 5 giugno 2011

 

NOVELLA TORREGIANI

 

17° RECENSIONE : DIVERSE RECENSIONI AL VOLUME "E POI SOLTANTO IL VENTO" della Prof.M.LUISA MAZZARINI

La Prof.MARIA LUISA MAZZARINI ,SENSIBILE E DELICATA POETA,ha aggiornato il suo spazio ed aggiunto diverse recensioni a suo bel lIbro di versi "E POI SOLTANTO IL VENTO"

 

Recensioni al libro di poesie E POI SOLTANTO IL VENTO d M.Lusa Mazzarini

- Editore Aletti

 

 

 

E poi soltanto il vento

Non ricordo bene se in pieno Illuminismo Diderot o Condorcet scrisse che

La ragione è una tenue fiammella che illumina un’immensa notte

oscura”.

Noi poeti possiamo benissimo trasferire tale concetto nell’alveo della

poesia perché, se è vero che questa non può rischiarare tutto, è

altrettanto vero che può dar luce a ombre diffuse e non spegnere ogni

cosa. E non solo ciò vale per il mondo esterno ma specialmente per

l’interiorità del poeta.

Maria Luisa Mazzarini con “ E poi soltanto il vento”, edito da Aletti,

compie in qualche modo l’operazione di “ dar luce” alla sua

sentimentalità che spazia dalle memorie lontane e vicine alle quotidianità

più tenere.

Ci sono scrittori, anzi poeti, che hanno dato uno schiaffo all’esistere( i

poeti maudits, per esempio), altri che hanno schiaffeggiato e accarezzato

insieme in maniera forte l’umanità (Dante Alighieri, per esempio), altri

ancora che hanno riservato carezze all’esistenza, visitando con occhio

acuto il paesaggio dell’anima(Francesco Petrarca, per esempio).

Bene, un prolungamento della carezza alla vita lo riscontriamo in questa

prima esperienza d’autore della Mazzarini.

La delicatezza delle liriche si unisce con una “ levitas” della creatività che

con semplicità ma efficacia di immagini si presenta al lettore. E dai

grovigli dell’inconscio scaturiscono mani tese a cercare punti fermi e

dialogo, per eliminare schegge di solitudine, albe e lune dipinte d’amore e

anche “arabeschi di mistero”.

A tal proposito, ci sovviene Roland Barthes quando scrive che “ la poesia è

A+B+C+X: proprio l’incognita “X”, l’indicibile, l’inesprimibile, grazie alla

lirica, diviene pulsione viva che precorre e percorre i versi anche della

Mazzarini.

Qui tutto è più volte sfumato, accennato, atteso, sognato, voluto. E allora

il desiderio della libertà, che portano con sé le composizioni, ci racconta

non “un’anima in pena”, all’Ungaretti , per intenderci, piuttosto un canto

dolce, che a tratti richiama qualche passo pascoliano o un vago segno

crepuscolare o meglio ancora la classica compostezza dei lirici greci.

Siamo in ogni modo convinti che quest’abbrivio poetico di Maria Luisa

sarà seguito da un più intenso viaggio nell’universo creativo, fermi

restando alcuni elementi di “ E poi soltanto il vento “, che sono tenuità di

slanci, emotività d’amore per la vita, armonia con il creato. Quest’ultimo

riferimento certamente ha il profumo di quelle terre umbre e

francescane, così presenti nella poetica della Mazzarini.

Sicuramente l’autrice ci consegnerà prossimi volumi, nati da un fervore di

trasalimenti, sì, ma anche da una linea limpida di pensiero che guarda i

crepacci del mondo con il candore, diremmo l’ebbrezza del vivere.

Tieni caldo il pensiero come una brace tra le ceneri”: questi versi di un

autentico poeta italiano, Elio Filippo Accrocca, scomparso alcuni anni fa, li

riproponiamo a Maria Luisa, perché perseveri in un esercizio in cui

s’intravede, è fatto già chiaro ora, un tragitto di conoscenza di sé e del

mondo che ci transita accanto e ci cattura.

Se Maria Luisa volge l’attenzione, stupita, al volo di una farfalla, o insegue

la scia di rondini in festa, o gira un occhio sull’intermittenza d’una

lucciola, poi trattiene l’altro occhio – e qui il risultato stilistico molto ci

emoziona e letterariamente ci convince – “dove le aquile si sposano ai

gabbiani “.Simbolicamente è, sì, la solitudine degli alti pendìi frequentati

dai rapaci che plana e si unisce con lo stuolo degli abitanti delle pianure

marine, ma è, altresì, un’aspirazione più elevata alle intese profonde, alle

amicizie, perfino a quelle che sembrerebbero impossibili. Un messaggio

dunque di solidarietà e di pace, che è uno dei contenuti più significativi di

questo libro.

Un’ulteriore osservazione riguarda la forma, che è musicale espressione

di un’interiorità che, pur tra i residui delle inquietudini, che anche Maria

Luisa avverte, svela fremiti d’armonie, un “altrove” rispetto alle varie

concitazioni esistenziali che troppo ci amareggiano e ci deludono: tra

fanciullezza, gioventù, maturità e ogni autunno.

Il libro della Mazzarini resta dunque aperto accanto a noi come un leggìo

su nuove pagine.

Montesilvano , 27 gennaio 2011

IGINO CREATI

 

 

E poi soltanto il vento

Ho letto con vivo piacere e interesse la raccolta di versi,

proposta da Maria Luisa Mazzarini con il titolo "E poi

soltanto il vento". L'Autrice lascia intravedere nei suoi versi

la ricchezza di sensibilità che Le è propria: una sensibilità,

culturalmente motivata, che Le consente di dar vita ad una

condizione di "simpatia" con la natura, considerata,

anch'essa, dotata di intrinseca vitalità. "Simpatia" e, più

ancora, "armonia", la cui interiore esperienza Maria Luisa

Mazzarini esprime con finezza di lessico e di stile. Una

lettura, quella dei versi della raccolta, che si rivela

decisamente gradevole e che ci induce a sperare che

l'Autrice continui a farci dono di nuove sorprese poetiche.

Carmelo Pagliarello

 

 

E poi soltanto il vento

Ho letto con vivissimo piacere e interesse la raccolta di

poesie, proposta da Maria Luisa Mazzarini con il titolo "E poi

soltanto il vento". Vi ho trovato conferma dell'antico detto

latino: "Poeta nascitur!", ma anche del "poietés" dei greci,

per i quali il poeta, "ispirato" dall'alto, in qualche modo

"ricrea" le cose. Aveva colto nel segno il filosofo

dell'idealismo romantico, Schelling, per il quale l'arte è

l'organo supremo per accedere all'Assoluto: quell'Assoluto

che, secondo il filosofo tedesco, è caratterizzato da

consapevolezza e da inconsapevolezza. Condizione,

questa, che si riflette nell'animo del poeta, la cui

contemplazione della realtà è inebriata da una sorta di

"divina mainia", cui si affianca una avvertita adesione alle

esigenze della forma. All'Assoluto si schiude Maria Luisa

Mazzarini con la sua poesia, da Lei concepita come un

"sogno" che "s'avvera"; un sogno, cui dà forza e sostanza

un retroterra culturale, dall'Autrice profondamente

assimilato. Rivedi, allora, in quel "E poi soltanto il vento"

l'"anemos" del mondo greco, che trova riscontro nel latino

"animus" e che ti induce a "sentire" quel vento come "Anima

del mondo", la cui esperienza la poesia di Maria Luisa vive

attraverso l'intuizione. Quell'intuizione, che Le consente una

visione d'insieme, intessuta di rapporti analogici e di simboli,

e che Le rende agevole superare i confini della realtà

fenomenica, su cui si esercita la logica di filosofi e scienziati,

per leggere "intus" e cogliere, delle cose, l'"essenza di puro

sogno", che "bianca rimane": quasi "essere parmenideo", su

cui il poeta innesta il proprio modo di vedere e sentire la

realtà delle cose. Ne scaturisce una sorta di "consonanza"

o, più propriamente, di "armonia" tra la natura e i sentimenti

dell'anima del poeta. Armonia, che emerge in modo

splendido, e spesso con note incantevoli, nella poesia di

Maria Luisa Mazzarini, sia quando coglie l'intrinseca vitalità

del "fiume che scorre e si tuffa nell’ abbraccio azzurro del

mare" o quando avverte come "musica lo sciacquìo del

mare", sia quando sogna "con dolce malinconia" "il chiaro di

luna al mare" o quando, monade ricca di ispirata sensibilità,

"finestra aperta sul mondo in fiore", raccorda passato e

presente in un “ininterrotto frinire di cicale". Quell'armonia

che fa dire alla nostra poetessa:"ed ora in me / rifletto/ la

luce piena della luna". Gradevolissima la poesia di Maria

Luisa Mazzarini, a cui vorremmo amichevolmente ricordare

quel proverbio: "chi è causa del suo mal pianga se stesso".

Ora, buon per noi!, non Le resta che farci dono di qualche

altra raccolta di versi, sicuramente coinvolgenti. Restiamo ...

in attesa. Carmelo Pagliarello

 

 

E poi soltanto il vento

Il volume di poesie di Maria Luisa Mazzarini “E poi soltanto il

vento” è un’opera prima ma denota grande sensibilità poetica e

profondità di spirito e sin dai primi versi ci trasporta in un

mondo di emozioni e di ricordi legati all’infanzia, quando

sapevamo ancora guardare il mondo con gli occhi della fantasia.

L’opera si presenta interessante già dal titolo e dalla foto di

copertina. E poi soltanto il vento…cioè il desiderio di libertà , la

voglia di conoscere, di lasciarsi andare negli spazi immensi della

fantasia, lasciarsi trascinare senza una meta precisa, il desiderio

di volare che l’uomo ha sempre provato fin dalle sue origini, di

guardare il mondo dall’alto, al di sopra di tutto e tutti.

L’immagine riassume tutte le sensazioni che le poesie contenute

in questo libro ci suggeriscono: ci sono il mare, la sabbia, il sole,

il vento…e una bimba, vestito e capelli al vento, che gioca libera

sulla spiaggia…una bimba felice di vivere questo contatto così

profondo con l’ambiente che la circonda.

Questo infatti è l’atteggiamento dell’autrice nei confronti della

realtà circostante che lei guarda sempre con gli occhi curiosi e

stupefatti di un bimbo, sempre alla scoperta di nuove emozioni.

Questo contatto così particolare e profondo con la natura ci

avvolge fin dai primi versi della poesia che apre il volume…stare

ad occhi chiusi , ascoltando lo sciabordio delle onde del mare

mentre cala la sera, con la sensazione bellissima di essere

trasportati via dal vento.

E nelle poesie successive troviamo…l’emozione che crea l’acqua

spumeggiante di un torrente che si tuffa nell’abbraccio azzurro

del mare…

la poesia come erba appena spuntata o come neve che brilla al

sole…

la natura sempre nuova con il frinire delle cicale, il volo delle

rondini, i gabbiani che volano liberi sulle onde del mare…

le lucciole nei campi, come fiammelle di speranza ad illuminare

la notte della vita in cui si ha, comunque ,ancora voglia di stupirsi

e di sperare prima della nuova alba…

la luce della luna piena che spazza via le nubi…un raggio di sole

che ci sveglia al mattino regalandoci la certezza di un giorno

sempre nuovo e speciale…

l’importanza dei ricordi che, come imbarcazioni, ci aiutano a

superare le tempeste della vita…

l’amore come il fiore più prezioso da coltivare nel giardino del

nostro cuore…

la vita che può essere leggera come una piuma solo se sappiamo

osservarla con occhi disincantati…

la donna che crede ad ogni costo nei propri sogni anche quando

sembrano solo illusioni e che rompe l’incantesimo che la tiene

prigioniera e può essere finalmente libera di realizzare se

stessa…

e quell’ultimo verso solitario che racchiude tutte queste

sensazioni ed emozioni “Albero di pesco in fiore!”

Nello spettacolo sempre affascinante che ci offre la natura

quello dell’albero di pesco fiorito è forse il più bello, perché con i

suoi colori delicati e tenui ci fa capire che finalmente l’inverno è

finito, che la primavera arriva per far rinascere di nuovo la

natura intorno a noi. Come non pensare ai numerosi quadri che

Van Gogh ha dedicato agli alberi in fiore, al pesco in particolare,

a dimostrazione di come l’arte, sia essa poesia, pittura o

qualsiasi altra forma espressiva, sa cogliere e fissare un attimo,

un’emozione, un’immagine che altrimenti sarebbe persa per

sempre.

Dopo questo excursus attraverso i versi che di più hanno colpito

la mia sensibilità mi sembra doveroso enucleare i punti chiave

della poetica della nostra autrice.

Le sue poesie evidenziano , come è stato già detto, un forte

legame con la natura: il mare, i gabbiani, le lucciole, le cicale, i

fiori…sono simboli, simboli della vita che scorre, in cui l’uomo, se

riesce a liberarsi delle sofferenze che lo opprimono può trovare

il senso e la ragione della propria esistenza.

Tra questi simboli il vento ha un posto speciale , il vento simbolo

di libertà, il vento che può essere dolce brezza mattutina ma

anche impetuoso come a volte è la vita, il vento come desiderio

di fuggire via dalla realtà di tutti i giorni ma anche voglia di

scoprire il mondo, la vita…il vento della poesia.

L’uomo per rendersi libero deve essere capace di ascoltare le

voci della natura e di saperla guardare con occhi da bambino,

occhi curiosi e meravigliati per lo spettacolo sempre nuovo che

può ammirare ogni giorno.

Anche gli affetti, l’amore inteso come universale, hanno un

posto importante in questi versi, affetti sinceri, stabili, sicuri

che danno la voglia di vivere ogni giorno come un dono, con gioia,

che aiutano a portare sulle spalle il peso della vita che diventa

così più leggero, come una piuma , appunto, trasportata da una

brezza leggera.

I gabbiani nelle poesie di Luisa sono sicuramente protagonisti

Una visione così serena, anche se a volte velata da malinconia,

della vita vissuta in un continuo stupore può scaturire solo dalla

certezza dell’esistenza di un Ente Superiore, principio e fine di

ogni cosa, in cui tutto ha compimento, la natura, l’amore, le gioie,

le sofferenze…la vita insomma in tutta la sua pienezza.

indiscussi, perché più di tutti gli altri uccelli danno un grande

senso di libertà mentre volano o planano sulle onde dell’oceano;

mi torna alla memoria la poesia del poeta simbolista francese

Baudelaire “L’albatro”. L’albatro, questo uccello marino così

bello, con una grande apertura d’ali , maestoso e libero in volo

che, una volta a terra, diventa goffo e oggetto di scherno da

parte dei marinai che lo catturano. L’albatro è la metafora del

poeta che è capace di volare libero sulle ali della sua poesia ma

che può essere anche incompreso e deriso dalle persone poco

sensibili che non sanno apprezzare la bellezza dei suoi versi. Il

poeta si sente esule sulla terra perchè proprio a causa delle sue

ali da gigante non riesce più a muoversi.

L’autrice stessa nella poesia “Penombra” parla del poeta che

piange” tutte le volte che la realtà del mondo nega

l’immaginazione”.

Gli ultimi versi della poesia di Baudelaire recitano così :

Il poeta assomiglia al principe dei nembi

Che abita la tempesta e ride dell’arciere;

Ma esule sulla terra, al centro degli scherni,

Per le ali da gigante non riesce a camminare:”

Vorrei concludere facendo un augurio a Luisa con i versi di una

grande poetessa contemporanea, Alda Merini, che ha saputo

sublimare il dolore della sua esistenza attraverso la sua poesia e

ci ha lasciato versi toccanti:

Se trovi l’aquilone della tua fantasia

Legalo con l’intelligenza del cuore

Vedrai sorgere giardini incantati”

Rita Evangelista

 

 

E poi soltanto il vento

Ritengo l’incontro di oggi un momento importante per la comunità

di Loreto Aprutino; ci offre l’occasione di conoscere un aspetto

ancora poco noto di Maria Luisa Mazzarini che molto ha lavorato

nella scuola media per promuovere, coltivare le capacità, le

risorse e le aspirazioni dei ragazzi a lei affidati.

Ho letto con grande attenzione questo primo libro della mia

amica poetessa e mi fa piacere poter comunicare ciò che in esso

ho saputo cogliere.

La validità di un poeta sta nella capacità di evocare, attraverso

la parola, desideri, bisogni e ricordi del lettore e di comunicargli

la sua visione della vita.

Mio mondo verde” svela il valore della poesia: luogo di rifugio

dal dolore per un dialogo negato ed impossibile, ma anche dove

continuare ad alimentarsi delle “verdi illusioni di sempre” per

conservare la leggerezza e la freschezza del cuore.

In “Speranza” la natura alimenta il bisogno di vivere e non a caso

è evocata la pineta dominata dal “verde” dei suoi elementi e in

cui arriva lo sciacquio del mare oltre la scura siepe della

memoria.

L’ispirazione è frutto di un travaglio, di una fatica fisica “A

occhi chiusi”, intellettuale, dell’animo ed è sempre nuova, mai

uguale a se stessa come “erba nuova” o rigenerante come “neve

che brilla al sole” in “Trattato di poesia”.

Non si può vivere senza ricordi, positivi o negativi che siano,

perché essi affondano le loro radici nella terra dell’anima, da cui

trarrà alimento per affrontare la tempesta della vita: questo

leggiamo in “Mareggiata”.

E poi soltanto il vento” racchiude poesie piene di simboli che

trascendono il contingente, toccano la mente e il cuore.

Davide Rondoni nell’articolo ”I versi sono pubblici o personali?”,

apparso sul “Sole 24 ore” del 23 Gennaio, afferma che “la poesia

è sempre un gesto dove movimenti della mente e

dell’”affectus”(cioè l’energia di legami con la realtà e le persone)

si esprimono insieme. Non c’è conoscenza se si pretende di

staccare la mente dal desiderio e dalle evidenze del cuore.

Il paesaggio è sempre colto nei suoi aspetti di luce a significare

speranza per il domani come si legge in “Spettacolo” o che

ricordano desideri fuggenti come chimere in “San Lorenzo”.

La natura è luogo di riflessione, consapevolezza di sé, ma il

poeta, come afferma Maria Luisa, non può vivere senza

immaginazione perché tutte le volte che la realtà del mondo

gliela nega egli vive nella “Penombra”.

Maria Galeota

E poi soltanto il vento

Vorrei subito precisare che le mie, lungi dall' essere un critico

letterario, sono soltanto delle riflessioni, delle considerazioni sui

sentimenti e sulle emozioni che ha suscitato in me la lettura delle

poesie di Maria Luisa.

In verità anche a scuola, quando presento ai miei alunni i vari autori

della letteratura cercando di far loro captare quel quid che vogliono

comunicarci, sono pervasa da emozione; oggi l' emozione

è senza dubbio maggiore perchè l'autrice delle poesie è mia sorella

Maria Luisa ed i luoghi, i momenti, le piccole grandi cose oggetto

della sua poesia appartengono spesso anche al mio vissuto.

Momenti, luoghi, non dico che li avessi dimenticati, ma che erano

come sopiti, addormentati e che Maria Luisa, con le sue rapide

pennellate puer et poeta di pascoliana memoria, ha saputo

risvegliare e, per dirla con Leopardi, sono tornati a scaldarmi il

cuore con il calore di una volta.

Sì, a questo SERVONO I POETI, A FISSARE QUELLE IMMAGINI,

sensazioni che noi spesso, trascinati dal vortice della vita moderna,

non riusciamo a fissare.

Mi sembra di toccare con mano quello spettacolo di mille lucciole

poesia pag. 15, cara infanzia di farfalle, rondini e cicale.

Quel mare da noi tanto amato e di cui potevamo gustare il sapore

solo d’ estate e poi con la nostra venuta in Abruzzo, è diventato la

panacea per tutti i nostri mali sia fisici che spirituali.

LA PAROLA MARE O PAROLE CHE SI RIFERISCONO all' area

semantica del mare sono diverse: cielo, terra mare pag. 18, brezza

pag. 20, mare gabbiani pag. 24, barche tempesta pag. 13.

Parlerei anche di queste poesie di Luminismo:

TANTI I VOCABOLI CHE RIPORTANO alla luce o alla sua area

semantica: ciottoli di luce pag. 10, neve che brilla al sole pag. 11,

la notte delle stelle pag. 14, luminescenti bolle di sapone pag. 21,

letto d' oro pag. 32, chiaro di luna pag 35.

HO TROVATO Saffo, Leopardi, Pascoli, la pregnanza della poesia

ermetica.

Una poesia che non rifugge dai grandi temi esistenziali, che può

sembrare non apertamente impegnata perchè questi sembrano per

così dire buttati lì per poi essere subito ritratti, volutamente, perchè

la risposta è lasciata alla libertà individuale.

Una poesia carica di ottimismo, invita ad amare la vita l' amore la

libertà, a godere la vita non solo dal punto di vista fisico, ma a360

gradi da tutte le angolazioni dalle quale può essere goduta, la

definirei un inno alla vita e mi sembra calzino a proposito le parole

di F. DE SANCTIS SU LEOPARDI: NON PUOI

ALLONTANARTI DA LEI E NON SENTIRTI MIGLIORE.

IL TUTTO ESPRESSO CON UNA PAROLA LA CUI EFFICACIA è

dovuta non tanto ad un accurato labor limae, ma al fatto che sgorga

direttamente dal cuore, una parola leggera come voli di farfalle

poesia pag. 18, ma tenace, capace di attecchire come tronchi che

affondano le radici nella terra pag. 13.

Mi tornano in mente le parole pronunciate dal poeta Mario Luzi in

occasione di una sua partecipazione al Premio Penne : la parola va

usata con parsimonia, altrimenti diventa frastuono.

Concludo questo mio breve intervento, vorrei chiamare mia sorella

con il nome con cui voleva essere chiamata la nostra

grande Alda Merini : la poeta, la poeta Maria Luisa Mazzarini.

Maria Carla Mazzarini

 

Recensione di GIAN MARIO MAULO al volume di Poesia "LA CARNE E LO SPIRITO di ADRIANO ACCORSI.

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16° RECENSIONE


ACCORSI ADRIANO, La carne e lo spirito, Genesi Editrice,  Torino 2010

L’incanto dello spirito e l’attrattiva della carne, l’apertura oltre il mondo e il richiamo dei sensi, che si intrecciano nel cuore dell’uomo, costituiscono la trama e la struttura del libro ‘La carne e lo spirito’ di Adriano Accorsi: sequenze di slancio verso il divino si alternano a sequenze avvinte all’eterno femminino.
Un contemplativo in dialogo meditativo di fronte al’assoluto, ma profondamente radicato nella società e nel mondo, diviso tra l’ascolto di un Dio che interpella e il fascino di una femminilità che rapisce: la relazione è sempre con un Tu, ma è più sapienziale nei testi dello ‘spirito’, più emotiva nei testi della ‘carne’; più riflessiva quando considera la condizione umana così distante dall’opera uscita dalle mani del Creatore,  più avvinta dal pathos quando parla alla donna, con l’intuito del pittore intento  al suo cavalletto più che di un innamorato preso dall’oggetto del desiderio;  anche lo stile assume alternativamente il registro più confidenziale dell’invocazione  e  quello più palpitante  di una sensualità appena velata di pudore.
Ma il dualismo, evidente  e reiterato, sottolineato dallo schema,  finisce qui: l’impegno lirico è lo stesso, l’atteggiamento pensoso è identico, altrettanto il linguaggio tessuto di concretezza e plasticità, denso di immagini, di colore, di segni.  La donna  e l’Assoluto, nello sguardo del poeta, infatti, sono speculari come due polarità che si richiamano e si rinviano reciprocamente: l’una è metafora dell’Altro.
L’infinita distanza fra lo ‘pneuma’ e la ‘sarx’, (‘spirito’ e ‘carne’ nei testi del greco biblico) è colmata dalla tensione al  sublime: l’orma del Creatore segna il creato, l’assoluto traspare nella bellezza  femminile, lo spirito traspare  anche nella carne . Spirito e carne rappresentano due dimensioni complementari della persona umana: lo pneuma  costituisce l’interiorità e il riferimento trascendente, la sarx esprime  la fragilità umana, soprattutto nella relazione uomo-donna..
L’autore non parla di psichè’ e  ‘soma’, termini tipici del greco classico,  per indicare anima e corpo, grevi poli della realtà appesantita dalla materia considerata opposta più che distante dal mondo ideale: anche quando la filosofia greca, come in Aristotele,  pensa razionalmente ad un ponte fra il divino e l’umano e ad un’unità anima-corpo, resta sempre l’eco del dualismo platonico:  la vera realtà, l’archetipo,  è sempre oltre il mondo; e l’uomo è una pianta che ha le radici nel cielo, ma ha la consistenza di un’ombra, di una copia; il corpo, poi, al massimo è la nave dell’anima 
In questo testo, invece,  la relazione della carne fra l’uomo e la donna   vibra di un amore ‘spirituale’ ed è segnata dalla nostalgia dell’infinito: la mano creatrice   ha lasciato la sua impronta, la sua immagine, la sua firma nel capolavoro della creazione, intriso perciò di ‘pneuma’. Corpo e anima si includono reciprocamente: l’uno è trasparenza dell’altra La persona umana è ‘spirito incarnato’, anche nella sua corporeità: la lingua francese usa due termini quasi antitetici pur se vicini fonicamente: ‘sexuel’ per esprimere una dimensione psicofisica della persona, ‘sexué’ per dirne la riduzione unilaterale all’aspetto genitale.
Perciò, le sequenze dedicate all’eterno femminino, hanno più un’eco del Cantico dei cantici, che dei testi di  Ovidio; forse risentono della delicatezza, della freschezza e della ingenuità di Catullo di fronte alla sua bella, non certo dei testi di un Boccaccio, sorridente ma disincantato e irriverente. Ancora nei termini greci, molto efficaci ed espressivi, l’amore che è sotteso a questi versi, pur nella esplicita sensualità è agàpe di tutta la persona, che contempla e si dona, non ‘eros’  del solo corpo( che desidera e perciò usa.
Anche le sequenze che ‘parlano con Dio’ sono  sostenute da una unità originaria: la relazione aperta fra il divino e l’umano, fra natura-spirito, fra il mondo e l’al di là, fra la terra e il cielo, sono pervase  da una tensione dialettica, da un’alterità che esige il dialogo: l’infinita distanza è colmata dall’invocazione: i testi che hanno  echi sapienziali, anche se la struttura invocante li avvicina ai Salmi,  sono infatti pervasi da un pessimismo sulla condizione umana, che il tono  mite e sommesso apre alla speranza della  redenzione.
In conclusione, si può dire che la parola di Accorsi  è  sempre  ‘ekstatica’:‘esce da sé’ (nel senso letterale del termine)  per esprimere una relazione incantata di fronte alla bellezza del Tu Infinito come di fronte all’ ‘altra metà del cielo’.

                                                                                                                              Gian Mario Maulo

15° RECENSIONE

Recensione di NOVELLA TORREGIANI al volume di Poesie "LA CARNE E LO SPIRITO" di ADRIANO ACCORSI

 

 

Nota critica di NOVELLA TORREGIANI al volume di poesia

"LA CARNE E LO SPIRITO" di ADRANO ACCORSI

Genesi Editrice - Torino

 

 

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Con un procedere dialettico di ampio respiro, con vasto dispiegare di argomentazioni e con

versi liberi ed anche spezzati ad arte, ben strutturati e possenti, l'Autore si avvia ad unificare

la pregnante dicotomia che, perennemente, tormenta lo spirito dell'uomo innamorato sia delle creature che del Creatore, dimentico della Sapienza divina che sa guidare a comprendere che il pensiero costante verso l'altro sesso, non è altro che uno splendido ed accettabile dono dell'AMORE divino, il quale è ben consapevole delle necessità dell'Uomo.

 

I versi di Adriano Accorsi, indagano le due divinità, Dio e la Donna ed è per questo che egli la denuda al Suo stesso cospetto, quasi una nuova Eva di questa epoca e , come Adamo ammirò la sua donna e l'accettò come meraviglia del creato, così l'Autore si esalta nell'ammirazione idealizzata della forma femminile.

 

Ma subito dopo, capisce che questo suo sconvolgente sentimento si pone in alternativa alla ammirazione per suo amato Creatore, degno d'essere adorato sopra ogni cosa !

DIO, la DONNA : questa dovrebbe essere la graduatoria in ordine alla quale impostare

la vita meravigliosa che ci è stata donata. Ma, sappiamo, non è così!

Indagare la bellezza del Creatore è semplice, basta guardarsi intorno e, di meraviglia in meraviglia, incantarsi fin oltre le stelle; anche indagare la bellezza della donna è altrettanto semplice, ma incide la mente, al di sopra del Creatore stesso, nel profondo e questo è uno scandalo enorme poiché l'uomo lotta, quasi invano, contro questo ardente desiderio che lo tormenta poiché egli è consapevole della supremazia di Dio sulla creatura. Ecco, allora, il dolore e l'estasi, il rimorso e la brama, il pentimento e l'inesauribile concupiscenza.

 

Leggendo questi versi, ho compreso bene cosa rappresenti per l'uomo, la sua donna, ma anche le altre donne: esse sono il simbolo della creazione ed i mille tesori che esse racchiudono e mostrano attraverso la corporeità, capaci di donare la vita, le fanno assurgere a collaboratrici del Divino ed al tempo stesso, loro rivali. Questa prerogativa eclatante della maternità, sconvolge l'uomo, che, con il proprio desiderio, la pone al centro dell'universo, la erge a proprio idolo, capace di fargli dimenticare ogni legge, ogni comandamento.

A questo punto, l'uomo di fede comprende il macroscopico errore e si annulla alla presenza dell'UNICO, riconoscendo alla di LUi generosità, ogni dono messo a disposizione affinché si realizzi il progetto creativo sulla terra.

Siamo, quindi, alla presenza di una lotta tra ciò che si ritiene giusto che sia, con quanto, invece, viene ritenuto ostacolo e tentazione, difficilmente rimovibili.Si susseguono,così, anche espressioni di angoscia cupa dell' animo, timorso di perdersi al cospetto della Divinità.

 

In ogni poesia, il poeta indaga i mille particolari del corpo femminile, descrivendoli con sempre nuovi e sorprendenti paragoni e metafore, ripetendo anaforicamente gli stessi percorsi, con scenari sempre nuovi; esaminiamo,ad esempio, i capelli :

 

visioni di foreste con fiere in agguato

fascino di ali di corvi

sono simboli di libertà ed erotismo

non uguagliano nell'impeto,

quello delle spiagge nell'impeto del sole

o le querce nell'autunno /nell' estremo crepuscolo

e il mistero della notte

o il fascino sublime e perverso delle ragnatele

e il profumo degli aranci in fiore

e tutti i colori sono in essi.

 

In questo stesso modo, sono espresse tutte le altre preziosità della beltà muliebre.

Infine, il Poeta, dopo essersi prostrato, dopo aver esaminato anche il proprio spirito, si dona al suo Dio in un'altissima invocazione, chiedendo che, come le ali del gabbiano sono alla mercè dl vento, così la volontà dell'uomo sia alla mercè di Lui che, solo, potrà guidarla verso il Bene Supremo.

 

NOVELLA TORREGIANI

 

Porto Recanati, 10 febbraio 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

14° RECENSIONE

Recensione di FEDERICO CABIANCA,scrittore e poeta, al suo monumentale volume GLI DEI DELLA STORIA

 

GLI DEI DELLA STORIA

di Federico Cabianca – Tipografia Editrice Esca – Vicenza

 

Si tratta di un viaggio metaforico attraverso le principali civiltà di tutti i tempi (Egitto, Assiria, Grecia, Israele, Roma, il Cristianesimo, i Germani, l’India, la Cina, l’Islam, gli Indiani d’America, l’Africa) alla ricerca dei principi fondanti ognuna di queste culture: un grande ponte a ritroso nel tempo per tracciare il percorso storico, filosofico e antropologico dell’umanità. Un libro di circa ottocento pagine che, nell’avvincente cornice del romanzo, si avvicina ai libri sapienziali a svelare i diversi modi nei quali si estrinseca la ricerca dell’uomo nel suo rapporto con l’assoluto. Il protagonista Adanoo (nome che somma in sé Adamo, Noè, Odisseo) si trova coinvolto nell’attentato alle Torri gemelle di New York ed entra in uno stato onirico che gli fa percorrere luoghi e tempi tra loro lontanissimi e incontrarne i maggiori protagonisti, da Cleopatra a Nabucodonosor, da Hammurabi ad Alessandro Magno, dai profeti biblici ai condottieri, dai filosofi agli eruditi, spaziando per tutti i continenti, per sottolineare come ogni civiltà abbia avuto in origine un dono da un’entità superiore, definito archè, che ne ha determinato la specificità ed è stato alla base della sua fortuna.

Si tratta quindi di un continuo intrecciarsi di avvenimenti e di conoscenze, cioè di un romanzo che è anche un saggio (molte sono le narrazioni dettagliate di eventi storici o i riferimenti ai grandi libri del passato), una ricerca filosofica, un avvincente libro di racconti, pieno do curiosità, di stimoli e di interrogativi. Forte è anche nel racconto la componente etica poiché in continuazione i dodici saggi che interrogano Adanoo circa il suo peregrinare chiedono come quei doni siano stati usati e che fine abbiano fatto coloro che ne erano i depositari. E si evidenziano, da un lato, darwinianamente, una progressione delle civiltà, dall’altro una deviazione degli archè, che ne determina, di fatto, la fine. Si tratta di un libro impegnativo, che può anche essere avvicinato per sezioni dal momento che la struttura generale si presta ad una divisione per grandi capitoli, pur essendo retta da una circolarità che lo rende unitario.

Difatti il “viaggio” inizia in terra d’Africa, la terra dei Faraoni, e finisce in terra d’Africa, dove ebbe origine l’umanità, mentre l’evento che dà il via a questo viaggio, l’attentato dell’ 11 settembre, è anche l’evento conclusivo del libro. Come dire che nell’avventura della conoscenza umana, un attimo o un millennio, sono insieme un tempo finito e un tempo infinito. Molteplici sono quindi i piani di lettura: storico, filosofico, etico, romanzesco, come molteplici sono gli sviluppi della convivenza umana, che a volte tende alla conoscenza, altre volte alla conquista e al dominio, altre ancora alla contemplazione; e allora vivono di nuova luce le figure dei conquistatori, Alessandro Magno, Cesare, Gengis Khan, le figure dei filosofi, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, le figure dei profeti, Abramo, Budda, Maometto: le storie individuali diventano motore vivo della storia e spiegano l’evoluzione dell’uomo e la sua incessante ricerca del senso. Difficile racchiudere in poche frasi questo libro che, per la vastità dei temi affrontati, l’acume delle indagini e al tempo stesso la piacevolezza del racconto si presenta come un vero caso letterario.

Alessandro Cabianca

presidente del Gruppo 90 – Arte e Poesia di Padova e referente presso il Comune di Padova di tutti i gruppi culturali di arte e poesia della Città - recensione stesa per l’ANSA.

 

PS. Esiste un'altra interessante e lunghissIma recensione per la "DANTE ALIGHIERI" che non si pubblica, per tema che la memoria del sito non possa reggere, ma che invierò via email a chi ne faccia richiesta perché molto interessante. Tuttavia si inserisce un breve testo sull'INCIPIT  e sul'EPILOGO, per avere un'idea dello stile e del tema portati dall'Autore.

 

    Incipit:

Sull’enigma degli eventi che usualmente incoronano la sera, improvvisa scese la notte.

(Mattino dell’undici settembre 2001) Dall’orizzonte delle ombre in cui con Atropo si dibatteva, Adanoo, ignaro del destino, fu tratto a nuova realtà…

(- Mamma, mamma… l’aereo! - gridò la bambina.

- Muoviti, sciocc… - la strattonò la donna. Non aveva fatto in tempo a completare la parola: davanti agli occhi le si spalancò l’inferno).

…Si ritrovò nel regno dei saggi, al cospetto dei dodici vegliardi, custodi dei sacri sigilli che suggellano gli archè: al principio dei millenni erano stati assegnati agli uomini, all’origine di ognuna delle epoche che avevano caratterizzato il cammino dell’uomo, in quel periodo della storia che ormai volgeva alla fine.

- Tu, Adanoo Anu, dovrai cercare l’origine, devi scoprire il principio – rintronava come un’ossessione nel cervello dell’uomo, sebbene nessuna voce si fosse levata, fin da quando era stato pervaso dalla luce accecante che l’aveva investito. Ma ora la situazione sembrava cambiata, l’attendeva una diversa evoluzione.

Si alzò il più anziano dei saggi e con parole decise gli si rivolse:

- Sei stato scelto come l’autorevole rappresentante del genere umano, a te è stata affidata una missione, perché il tempo è ormai concluso. Devi porti sul sentiero della ricerca, per indagare il mistero dell’uomo: all’accendersi di ogni epoca, all’apparire di ogni stagione, gli fu affidato un archè, quale segno di fede ed elemento d’impulso allo sviluppo…. Spesso gli uomini l’hanno scordato…E’ giunto il tempo del redde rationem, del ritorno al principio d’origine: de-vi co-no-sce-re l’o-ri-gi-ne, de-vi sco-pri-re il prin-ci-pio.

      Epilogo:

 Nell’infinita estensione degli spazi, che in un punto nodale dell’energia cosmica si genera, e si consuma, prima che la luce sorprendesse le tenebre e le sfere si individuassero e curvassero i cieli, prima dell’avvio della clessidra dell’universo, viveva l’Increato, l’Indefinibile, l’Insoluto. Essere di divina sussistenza e di coscienza indistinta e soffusa, viveva nella dilatazione inesprimibile del tempo, sospeso nell’attimo vitale della sua ipostatizzazione che tutto abbracciava e tutto esauriva: afflato di pura ideazione e di inesausta sublimazione. Un giorno si sorprese nella sua solitudine e cominciò a relazionarsi: fu la luce e, dopo di essa, la materia. Nubi profonde, nucleari, vagavano ai primordi nello spazio, atomi informi, molecole che con il tempo si scontrarono e si aggregarono: furono gli ammassi nebulari, prototipi di galassie e di stelle. Nei vuoti siderei frammenti astrali si raffreddarono, furono i mondi. Sulfurei vapori li avvolsero cullando la vita e gli esseri tutti, tra essi gli uomini. Picchi di coscienza. Riflessi di relazioni. Catturati da Crono.

Ma quando il tempo ricadrà su se stesso e il mulino di Hamlet avrà cessato di macinare la sua corsa, quando il serpente cosmico, signore del mondo, riapparirà a mordersi la coda e riformerà l’anello, allora gli esseri torneranno all’Uno.

13° RECENSIONE

RECENSIONE DI ADRIANO ACCORSI al volume "DIALOGO.SULLE ORME DI LI MADOU" DI Gian Mario Maulo

 

DIALOGO sulle orme di Li Madou (Ed. Ephemeria, Macerata 2010) è la nuova raccolta di poesia religiosa di Gian Mario Maulo, dopo Le colline il mare (Ed. Simple, Macerata 2008), dedicata al paesaggio.

Il libro è pervaso da una forte musicalità, ancora più bella di quella ascoltata ne Le colline il mare. Lì era l'emozione a sovrastare il pensiero, qui è il pensiero a sovrastare l'emozione: la musica dei versi si fa più lenta e profonda e lascia nell'anima un segno ancora più penetrante e più intenso.

Dialogo: un titolo sinonimo di pace, che getta una goccia nel mare di questo problema e allarga il colloquio con Dio agli uomini di tutte le religioni.

Sulle orme di Li Madou (Padre Matteo Ricci), maceratese, primo mediatore culturale fra l'occidente e l'oriente, primo a capire l'importanza del dialogo interreligioso.

Il libro è composto da ottantadue poesie, suddivise in tre sezioni, Pellegrino, Tendo le mani, Prima luce, che formano il personale Salterio dell'autore, da suddividere in Inni, Invocazioni, Attese e Speranze.

Fra gli Inni sono da inserire le poesie più belle, quelle sostenute dall'ispirazione dalla prima all'ultima parola, dove il pensiero sorretto dalla forte emozione viene tutto scaricato nella parola: sono poesie dell'ultima sezione del libro, più stilisticamente maturo. Tu sei il silenzio e la parola, senza dubbio la più bella, rivela in tutta la sua pienezza il sentimento religioso:...tu sei il silenzio e la parola.../ sei l'abisso dell'essere nel nulla/ l'inquieta assenza che abita fra noi.../ l'eterno che nel tempo si dipana.../ sei l'orma che viene dal profondo.../ sei lo stupore l'estasi il mistero... Parole che possono condividere anche mussulmani, ebrei, buddisti, induisti, confuciani e altri ancora. E anche Salmo di passione: ...la tua casa mi avvolga di tepore/ quando sento la fatica di vivere.../ le tue mani si posino leggere/ sulle piaghe che segnano la carne... Inni sono anche Gridami il tuo silenzio: ...gridami il tuo silenzio/ Dio della speranza/ che costruisci di fuoco/ la via nella parola/ e mi trafiggi con il tuo mistero...e Canto inerme: sei il lamento/ che sale/ dal canto inerme di gitano...

Tanti i versi delle Invocazioni:...possa io giungere fino a te/ sulle colline dell'alba/ ed oltre le ombre della sera/ seguirti... in Sulle colline dell'alba. E in Se ancora tu terminerai il mio canto: ...trasalirò di gioia/ al tuo richiamo:/ la mano intenta/ poserò nella tua mano/ se ancora/ tu terminerai il mio canto...

E le Speranze: ...squarcia di luce/ questa tenda opaca/ perduta su orizzonti gravidi d'assenza/ e il gregge delle mie paure/ condurrò verso prati di speranza...in Preghiera nomade, e in Dopo Auschwitz: ...non posso più credere ad un Onnipotente/ e mi trovo a sperare contro la speranza... E infine le Attese: ...grondano in cuore/ memorie dell'esilio/ e brividi di luce/ trafiggono il mattino.// Quando il sole, / quando la strada, / quando nelle acque/ fiorirà il mistero?... in Esodo. E in Poi: Solo una lucida attesa/ mi è madre...

E i versi … refoli di ebbrezza/ che danzano fra i viottoli del bosco... e… sola è la notte vestita di rugiada/ nei campi di colore muti... e …dove il profumo di robinie/ che seduce il parco a primavera...: oltre alla bellezza della creazione, ombra dell'assoluta bellezza di Dio, ricordano la danza cosmica incantevole e ingannevole di Vishnu, la seconda persona della Trimurti induista, che ammalia i nostri sensi e la nostra mente per trascinarli dove niente è duraturo, dove tutto è nuvola, dove tutto cambia e sparisce.

E...Sulla sabbia delle mie bufere/ invano seguo/ l'orma che ti ha guidato/ alla mia tenda/ ed ha tradito/ un esilio/ arredato con pareti di vento ...ricordano l'anelito dell'atman (il vero sé dell'essere umano nell'induismo) di ricongiungersi al brahaman (lo spirito assoluto) così simile all'anelito della nostra anima di ricongiungersi a Dio.

Il pittore Carlo Iacomucci arricchisce il libro con 16 acquerelli in sintonia con i testi: colori e ideogrammi sparsi sulle immagini avvicinano la cultura orientale e il nostro modo di sentire e di vivere. Convivialità delle differenze.

 

 

 

 

12° RECENSIONE

RECENSIONE DEL PROF. PAOLO MATCOVICK SUL VOLUME "DIALOGO.SULLE ORME DI LI MADOU"DI GIAN MARIO MAULO

 

Presentazione di

 

Dialogo.

Sulle orme di Li Madou”

 

di Gian Mario Maulo

 

Recanati, 23 settembre 2010

 

Intervento per una conversazione sulla poesia a più voci del Prof. Paolo Matcovich

 

 

Una conversazione per amicizia e stima verso l’Autore e per amore della poesia che, in quanto anch’essa scrittura, è salus in periculis nel nostro tempo disorientato e “volgare”. In me, dunque, nessuna velleità esegetica ed ermeneutica della sua poetica.

 

  • Non sono poeta” (1981), in “Quando nasce la luce” (1983), p. 7.

Richiamo questa poesia non tanto per evidenziare l’autocoscienza critica ed ironica di Maulo, quanto perché ci suggerisce, quasi all’inizio del suo percorso, l’idea centrale della sua poetica.

Poeta è chi suscita le cose”, ovvero colui che le fa essere per la prima volta o le fa ritornare ad essere perché le riscatta dall’oblio o dal nulla; le desta e ridesta nell’animo e nella memoria collettiva.

La parola poetica è parola generativa, più che poietica è maieutica. E’ una potente debolezza ed una inutile necessità rispetto alla logica della prestazione e dell’utile che si impone, di questi tempi, anche nel campo della espressione letteraria e della creatività artistica.

 

  • La poesia genera il poeta”.

Maulo “avverte” il lettore su ciò che è il suo poetare e sulla poesia in sé; il poeta “spiega” il poeta e la sua estetica .

Rileggiamo alcuni passaggi della sua nota a pié pagina di “ All’origine della poesia” in “Tempo di attesa” (2000), p. 117.

 

  • L’intera produzione poetica di Maulo, a mio giudizio, non sarebbe affatto data e a noi consegnata (la poesia è sempre un dono) senza il Maulo

- pensatore metafisico e credente inquieto,

  •  
    • cittadino innamorato della sua Marca di colline, mare e borghi (cfr. la sua “Le colline il mare”, 2008)

 

Riducendo all’osso, Gian Mario non sarebbe poeta senza Dio (Quel Tu ossessivamente presente nelle sue liriche e in “Dialogo”) e senza la sua terra. Dio e territorio, i veri e suggestivi “luoghi poetici” del suo sentire e scrivere.

 

  • Alcune considerazioni su “Dialogo

 

  •  
    • Una raccolta riorganizzata di testi poetici già pubblicati e conosciuti, nella prima e seconda sezione (cfr. “Tu che vieni”, 1981; “Quando nasce la luce”, 1983; “Settimo giorno”, 1989; “Tempo di attesa”, 2000), ma innestata e innervata con liriche inedite di straordinario impatto nella sua III ed ultima parte.

    • Il corpus poetico di “Dialogo” è intessuto intorno all’idea metaforica del cammino-pellegrinaggio interiore del poeta e del gesuita Ricci ma anche di quello fisico e geografico di Li Madou tra Occidente ed Oriente.

Un cammino in dialogo dialettico con l’Assoluto: una dialettica della speranza, della contestazione, della ricerca faticosa e sofferente.

Un Assoluto che ha il volto, anche quando si ritrae o sembra nascondersi, del Dio Biblico: il totalmente e diversamente Altro dall’uomo; distante perché radicalmente differente ed inafferrabile; ineffabile, ora silenzioso ora sordo eppure Dio patetico e prossimo; veniente e dirompente nella vicenda umana e nell’intera creazione; nomade con l’uomo nella storia; sempre “in agguato” per graziare o sorprendere le attese e le azioni umane.

Una teodrammatica (cfr. Von Balthasar) è la poesia di Maulo: il dramma di Dio stesso “nell’essere Dio e fare Dio”; il dramma di essere uomini di fronte a se stessi, all’esistenza e al Tu divino che appare, agli occhi del poeta, muto o assente, perfino non più onnipotente (cfr. Dopo Auschwitz, p. 101).

  •  
    • E’ dentro tale fibrillazione esistenziale e metafisica che sorge l’invocazione che è attesa, speranza, scommessa (Pascal ).

Un’invocazione accorata, urgente, perfino “indignata” ma mai sottomessa, rassegnata, disperata.

Un’invocazione che è preghiera laica: incalzante, agguerrita, contestatrice e supplice nell’incontro-scontro senza tregua con il Dio trascendente eppure immanente, assente ma presente. Parole agoniche e oranti sono quelle dell’amico Maulo.

L’invocazione così intesa è la “voce” e l’elemento stilistico presenti, anche laddove non sembra evidente, in quasi tutta l’ormai ampia produzione poetica di Gian Mario.

 

  • Le tre sezioni de “Il Dialogo”.

 

  1. Pellegrino” ( titolo e rispettiva poesia, p. 42)

Pellegrino è lo stesso Maulo con la poesia come sua bisaccia, pellegrino è Matteo Ricci con il Vangelo e la cultura europea in mano.

Pellegrino che non è viaggiatore, turista o nomade; se zingaro lo è come nel senso di “Soffio di vita”  (p. 50).

  1. Tendo le mani” ( titolo e rispettiva poesia, p. 62)

Come il mendicante, l’orante; la madre e l’amico (cfr. trattato su “L’amicizia”di Li Madou).

 

 

 

  1. Prima luce” (titolo e rispettiva poesia, p. 96)

  •  
    • Ancora tremula ma già all’orizzonte dopo la notte in cammino: più la notte s’infittisce più l’aurora è vicina, ricorda la Sacra Scrittura;

    • Prima luce: dopo la faticosa impresa missionaria, le prime conversioni al cristianesimo in Cina ad opera del Ricci e dei suoi confratelli.

 

  •  
    •  
      • Suggestioni orientali

In “Dialogo” sono presenti lessicalmente e stilisticamente echi dal sapore e dalla spiritualità orientali o panteistici che evocano, in qualche misura e da lontano, arabeschi scenari, colori e profumi.

Queste suggestioni ci richiamano le atmosfere dei deliziosi poemi di Adriano Accorsi : “Il viaggio”(2004) e “Il sogno” (2007). Al tempo stesso, però, tali suggestioni non scalfiscono, e contenutisticamente e strutturalmente, l’impianto poetico dell’opera che resta quello di una letteratura pienamente occidentale, tanto che si è parlato di una eccessiva “razionalità poetica” in Maulo.

 

  • Maulo-Iacomucci, ovvero parola e segno, verso e immagine.

La grafia si fa pittura in un gioco virtuoso che impreziosisce e integra la raccolta poetica, non la decora semplicemente.

Laddove la parola non descrive e non conferisce figura, arrivano il segno e il colore a rappresentare e “dare corpo” alla realtà, a cui la parola allude o che indica e narra.

Gli acquarelli ricciani di Carlo Iacomucci fanno “vedere”, quasi ripercorrere, sia il cammino dell’anima dell’Autore sia quello non solo interiore ma anche geografico e culturale del grande missionario e scienziato maceratese.

Strofe e colori, alfabeto occidentale e ideogrammi cinesi, in armoniosa linguistica e sinergia, ci offrono così il “codice” e la “segnaletica” per la “ricerca del mistero dentro e al di là delle cose”, come afferma lo stesso Maulo nella introduzione al suo “Dialogo”.

 

  • Sintonie con altri poeti del Novecento.

Mi assumo la responsabilità, con la consapevolezza del limite di tale operazione ermeneutica, di “accostare” alcune liriche di imperituro valore stilistico e tematico alle poesie di Gian Mario Maulo in quanto le stesse, in modo reale e con la dovuta misura nella creatività artistica, si mostrano tra loro “simpatetiche” e sintoniche:

  •  
    • David Maria Turoldo, “O sensi miei” (poesie 1948-1988) in part. “Lotta con l’angelo” e “Canti ultimi”;

    • Giovanni Testori, “Nel tuo sangue” ( 1973);

    • Mario Luzi, “Battesimo dei nostri frammenti”, (poesie 1978-1984);

    • Alda Merini, “Vuoto d’amore” ( 1991);

 

  • Maulo poeta militante.

Maulo non è solo un metafisico “trafitto” dal Mistero, scrittore dalle tinte dannunziane e pascoliane quando si fa sedurre e stupire dalla luce, dai profumi e dalle forme della “terra delle Armonie”, le nostre amate Marche.

Maulo, per accidente e in modo del tutto provvisorio rispetto al suo lavoro poetico, è stato anche poeta dell’impegno civile e politico.

Riascoltiamo, con un po’ di sorpresa:

  •  
    • Mani di popolo”, per l’elezione a Sindaco di Macerata nel 1993;

    • Cerco una pratica” sul suo lavoro amministrativo quotidiano, riportata su Il Messaggero (16/1/1994), a firma di Mario Monachesi;

    • Salmo per la pace” (1981), nell’era dei due blocchi l’uno contro l’altro armati;

 

Infine un Maulo saggista con il “Diario laico. Saggio sul cristianesimo di provincia”(1995), guarda caso anche in quel lavoro, il capitolo III fu dedicato, fedelmente al suo sentire religioso e filosofico, a “Il silenzio di Dio”.

 

 

  • Conclusione

Oso in conclusione una reductio ad unum del messaggio poetico dell’amico Gian Mario, confidando nella sua clemenza più che nelle mie parole.

Voglio così sintetizzarlo:

 

Se non posso esigere o anche solo chiedere

che tutta la Luce trapassi diretta e pervasiva il buio,

illuminando la notte e presagendo l’aurora,

posso però sperare nella Luce di guardare e attraversare il buio.

 

 

 

11° RECENSIONE del professore Gianfrancesco BERCHIESI di Petriolo sul libro “ A ME " di ELZIDE GIOVAGNETTI OPERA PRIMA

ELZIDE GIOVAGNETTI silloge
“A ME “
Collana “Solaris”
Edizioni Montag


“ A volte respiro piano
per non far rumore
e resto ferma mentre
fuori qualcuno muore”
( da LA GIOSTRA GIRA)
E' in questi versi la chiave di lettura dell'opera poetica di Elzide Giovagnetti. Infatti le sue composizioni raccontano i sussurri della sua anima,che Lei ascolta in raccoglimento e nel più profondo silenzio. Ed è in questi sussurri che troviamo la cromaticità pastello dei suoi sentimenti,fatti di gioia e di perdita,di attesa e di disperazione. Potrebbe essere il vivere di ognuno di noi, di cui però a noi sfuggono a volte i particolari delicati che il vivere frenetico di oggi cancella i nostri sensi. Ma Elzide si ascolta quando tutto intorno tace, perchè il vivere le ha dato tante sensazioni,l'ha messa in contatto con la gioia e con il dolore, con l'attesa e con la perdita,ma tutto ciò per divenire sentimento ha bisogno della meditazione,fase in cui solo la parte più nobile e vera delle sensazioni rimane e viene quindi espressa. Quando Lei comunica i suoi sentimenti,questi sono in genere raccolti in pochi versi significativi, come in FIORE dove l'iniziare con la congiunzione ci fa capire che nella sua mente c'è stato un lavorio lungo. L' E iniziale è un vero colpo d'ala che ci lega a quel lavorio di cui non possiamo conoscere che la conclusione: un delicato invito ad amare.
Così in LE TUE ALI oppure in SENTIMENTO troviamo un sogno d'amore, amore tenero, che rifugge dalla luce bruciante del sole, più adatto ai notturni di luna piena fra le stelle cadenti.
Il suo sentire, nobilitato nella fase di meditazione, va oltre il tempo, rivive in questa dimensione intima dove anima e mente si coniugano e generano composizioni dal linguaggio non solo poetico,ma anche musicale. Infatti un altro pregio di queste liriche è la musicalità, a prescindere dal messaggio poetico. In questo contesto di così suggestiva armonia, emerge un alto senso di penetrazione logica dei pilastri del vivere:
il TEMPO, cioè quello interiore, che fluisce in maniera diversa dal tempo fisico. Può fermarsi, può frammentarsi in pezzi, che l'anima ruba,
la COMUNICAZIONE, che dovrebbe legare gli esseri, ma che a volte divide( PAROLE, SCENDE LA SERA ),
gli ARCHETIPI, con cui si esprime Elzide ( gabbiani,aquila, farfalla...) arricchiscono la poesia di elementi pittorici, e nel contempo simbolici,
lo SPAZIO, dove la fisicità si perde,
la MORTE, dove la fine cede il passo alla LUCE, al pianto della natura che con la rugiada del mattino partecipa al dolore,
l' AMORE, che pervade il vivere umano, in Elzide ha vagamente tono accesi perchè il suo modo di amare, sia i figli, sia l'uomo, ha una compostezza che lascia intravedere con garbo il fuoco della passione, che sa attendere e che ricorda.

10° RECENSIONE DI DANTE MAFFIA al Poemetto CANDIDA SUITE di SANTI CICALA

Ho letto la Candida Suite di Santino Cicala con un interesse che è cresciuto man mano. Problemi d’ogni sorta s’affacciavano e chiedevano udienza per essere ascoltati, inseriti nel gioco delle parti. Innanzitutto un problema teologico non facile da districare perché affrontato con gli strumenti della poesia e quindi senza il rigore metodologico che appartiene alla filosofia, alla scienza, poi quello della parola che non ha la possibilità di essere capita nella sua vera essenza e quindi si da a chi meglio sa usarla, poi il problema delle metafore, delle allusioni, delle possibilità della poesia di poter avviare a soluzione la vita e la morte pur sapendo che soluzione non esiste.
Cicala mi ha messo di fronte a questa valanga con naturalezza, con un poemetto che ha il piglio intellettuale della produzione eliotiana, ma che non disdegna il lirismo e le accensioni al punto che mentre discorre (con ironia e con ansia dissacratoria), si serve di lampi tipo “acque perplesse”, “arcobaleni invecchiati” , “contumelie del giorno”.

 

Ma ciò che maggiormente colpisce di Candida Suite è l’impasto linguistico usato da Cicala, un ibrido ben mescolato tra aulico e quotidiano, una espressività ottenuta per contrasto pur nell’andamento narrativo. E’ una poesia che in un certo senso sconcerta, perché non si affida a parametri costituiti e cerca una strada nuova per ottenere il massimo di comunicabilità. Cicala ha capito che non bisogna adeguarsi al precostituito e non bisogna ripetere, seppure con intenzioni di rinnovamento, i luoghi comuni. Certo non era facile risolvere tante situazioni intricate con gli strumenti soliti e allora ha voluto provarsi ad entrare nel vivo di un dibattito sul senso della vita e della poesia e non per il gusto di rischiare una teoria, ma per mettersi in gioco nella sua totalità di uomo e di letterato. Qualche volta la valanga di pensieri, le suggestioni delle letture, l’esigenza di dimostrare le sue capacità lo hanno indotto a strafare, a riempire ogni verso di troppo ardore e di troppo “ragionamento”, ma il più delle volte Cicala ha saputo ottenere risultati notevoli, con implicazioni che posso essere variamente interpretate

 

Da sottolineare ancora una dato significativo. C’è nella poesia di Cicala, come una folata di follia che si sorregge spesso alle parole inusuali, ma più spesso nel sentire con acutezza la crisi del mondo odierno. A tratti è come se il poeta ridiventasse il veggente e riuscisse a captare lo sconvolgimento che si prepara nel futuro. Sono le solite facoltà medianiche che ogni artista possiede? O sono le angosce diluite in parole di un giovane che vede avvicinarsi il mostro nucleare? E’ difficile stabilirlo. A me preme sottolineare che questo libro ha una forza abbastanza strana, che in qualche maniera fa restare perplessi fino a renderci cauti o euforici. Cauti per il fatto che ci rendiamo conto quanto sia terribile l’incomprensione, euforici perché c’è ancora qualcuno che crede nella poesia come catarsi individuale o come indicazione universale. Si badi però che Cicala non è per nulla un illuso: la sua posizione non è uno stanco adagiarsi: dentro di sé si muove una furia ancestrale che vuole vincere l’inesattezza dell’irrazionalismo senza rinnegare mai la fantasia.



Dante Maffìa
Docente di Letteratura Contemporanea
Università di Salerno

9 RECENSIONE

POESIE VERDI E AZZURRE
di Adriano ACCORSI

RECENSIONE di Gianfranco Bernabucci


Dopo aver letto Poesie verdi e azzurre  edito dalle Edizioni Simple di Macerata, volumetto che rappresenta l'ultima fatica in ordine di tempo di Adriano Accorsi, ho detto a me stesso: C'è stata una evoluzione positiva nella sua poesia: evoluzione soprattutto nella forma, pur rimanendo sempre validi gli aspetti contenutistici.
Nelle precedenti opere il racconto della bellezza dei luoghi e delle svariate situazioni aveva caratterizzato le opere del poeta al punto che ancora oggi tale modo di narrare rimane piacevolmente scolpito nella mente del lettore: … ragazzi e rondini allietavano il campanile della piazza merlata nella gioia del mattino … lassù, allegro soffiava il vento, e le nuvole come velieri bianchi solcavano l'azzurro ... o ancora … nell'ombra un vecchietto, le gambe al sole, leggeva il giornale sotto il balcone reso ridente dal rosso delle rose …
Nella poesia di ieri le riflessioni erano sempre scaturite dalla sua penna, ma soprattutto dal suo cuore, come immediate reazioni del proprio animo incantato davanti al fluire di un mondo colmo di appaganti certezze.
In queste sensazioni Adriano aveva sempre amato soffermarsi analizzandole puntigliosamente e descrivendole con magistrali ed acquerellati tocchi pittorici.
In Poesie verdi e azzurre, invece la penna è stata validamente sostituita da una perfetta fotocamera che ha trasformato il frasario in    magnifici e essenziali flash. Le sue percezioni visive sono dei veri colpi di luce mai dissociati dai richiami della natura, dagli affetti, dalle situazioni impagabili, dagli squarci di cielo, dagli azuurri orizzonti, dai placidi voli di gabbiano, dagli alberi, dai boschi, dai verdi prati e dalle colline... Ogni cosa viene amorevolmente fissata con tratti essenziali, ma profondamente esistenziali, perchè Adriano ne è completamente ed intimamente partecipe sia quando si tratta di un volo di uccelli sia nel caso del suono dei silenzi e del soffiodel vento o del luccichio delle stelle.
Ogni espressione del creato è pervasa e caratterizzata da uno struggente calore vitale  che però apporta turbamento al poeta per quanto in essa contenuto di misterioso di impalpabile di insondabile … nell'azzurro gelido voli nero rendono nero il cuore... o ancora … opacità grigiore funerei soffi di vento volti di spettri …
Di queste situazioni che pure sono reali Adriano non parla, si limita ad   accennarle, ma pure si capisce che lui le vive, proprio attraverso il silenzio. Tuttavia resta dominante e vittoriosa nel poeta quella percezione che lo fa partecipe dell'esistente proprio quando le sensazioni, per un processo spontaneo si intrecciano con le problematiche  derivanti da cose semplici, da situazioni di ogni giorno e da sentimenti inarrestabili.
Una poesia snella (facilitata dall'uso dell'haiku), ma nello steso tempo profonda; una poesia di un uomo che ama la natura e che si avvicina alle cose del creato quasi con religiosa reverenza. Una poesia che lascia ad ogni lettore il compito di tirare le proprie conclusioni su tutto ciò che Adriano ha deliberatamente sottaciuto.
Gianfranco Bernabucci

IL LABIRINTO
Di Adriano Accorsi-Nota di Dacia Maraini
Giunto nella città deserta, a lungo
vagai per le sue vie desolate
e tremanti di paura.
A un tratto, una donna senza età apparì
e mi disse: Qui, nessuno ride.
L'allegria è bandita. E poi, sparì.
Allora io aprii la porta di una casa:
uscirono sette conigli.
Aprii la porta di ogni casa: uscirono
settemila conigli. Stanco,
volli andarmene. Ma era sera
e non c'ero riuscito,
perché le vie di quella città
erano un labirinto che imprigionava.

E' una fiaba poetica, molto ben congegnata. Mi piace la composizione e scomposizione dei numeri. Quando dico ritmo intendo proprio questo.
La fiaba funziona. 
Dacia Maraini

8 ° RECENSIONE

"COSI' PER CASO" di Novella Torregiani. Ed.GEV. Venezia 1991
RECENSIONE DI SANTINO CICALA


Credo che ogni volta che si inizia a leggere un autore o lo si è appena letto, prima di ogni analisi, prima di farsene un'idea, e subito dopo aver soggiaciuto all'incanto dei versi, credo venga naturale pensare al maestro o ai maestri che hanno permesso quella poesia: se si è trattato di maestri involontari nel cumulo caotico dei versi letti, o a quali di essi l'autore si è rivolto dopo ampie e diversificate letture. 
In questo senso, per quasi tutta la poesia del novecento italiano, valgono le parole che forse prima di ogni altro pronunciò Alfonso Gatto, e che in seguito vennero ac-cettate da tutti: "In un modo o nell'altro" disse "siamo tutti usciti dal pastrano di Ungaretti". E dunque il discorso vale per Quasimodo, Gatto, Sinisgalli, e altri.
Nel caso di Novella Torregiani subito viene da pensare a 'quel' pastrano, ma più specificamente si pensa a Salvatore Quasimodo. Sono varie le ragioni - derivazione stilistica ad esempio (magari per il tramite di ulteriori mediazioni) - ma forse sopra tutte le altre, la guerra e il conseguente discredito della intelligenza umana e dell'uso che ne viene fatto: il cui ricordo inquieta Novella Torregiani, pur possedendo ella un animo tendenzialmente sereno; l'animo di una donna che contro la guerra e la follia umana prega; o, che, al massimo dell' impeto, dolcemente si indigna piuttosto che inveire, quando raggiunto il livello della consapevolezza umana e intellettuale, ha visto, come i poeti vedono, che, sfogliando il libro del tempo, l'Uomo è sempre colpevolmente identico a se stesso; e che, sotto la scorza, intellettualistica e fasulla, della cultura, un ricorrente e altero umanesimo lo sospinge verso quella arroganza con cui rischia di distruggere l'ambiente, gli altri esseri umani; se stesso.
Wittgenstein nel suo filosofare si pose un quesito che in noi tutti in un primo mo-mento suscita uno stupore violento. Si chiese: "perchè non posso ammazzare un altro uomo?" Dopo lunga riflessione, ottenne risposta, che, come il quesito, può sembrarci incredibile essendo la risposta fin troppo ovvia. La riposta che scaturì dalle sue rifles- sioni filosofiche sul perchè un uomo non può sopprimerne un altro è la seguente: "Per la nostra comune umanità". Dunque è evidente che se un uomo uccide un altro uomo ammazza un po' anche se stesso: o, magari, anche più di un po'. Dunque questo spie-ga gli eccessi cui può arrivare l'uomo autore e prodotto di un umanesimo senza limiti. E la nostra comune umanità? Con chi possiamo stabilire una comune umanità? La riposta non dovrebbe prevedere, naturalmente, tutti?
Piaga che sanguinerà per tutta la vita, per l'autrice è la guerra; ella la visse da bam-bina mentre Salvatore Quasimodo da adulto. Per il poeta di Modica, era vita quotidia- na che poteva essere psicologicamente e intellettualmente pensata, acquisita, e smal-tita da adulto; non lo stesso per la giovane Novella, nella cui mente tutto è rimasto incomprensibile, e, a tutt'oggi, (cfr. la poesia "Il grido") quella incomprensione, le si presenta in sogno ma in realtà risale dagli abissi dell'animo in forma di incubo. Cioè, di sintomo che la atterrisce ancora, dandole angoscia. E non c'è nulla, neanche la pietà, che possa addolcire l'atrocità di quella visione onirica. 


Nel tormento di notti 
lunghe insonni 
cumuli d'ossa 
turbano la mente.
Non placa l'atroce visione
la dolce pietà che li avvolge.




Si sente in taluni passaggi, assai personali, anche il coraggio naturale - non vanità, e tanto meno temerarietà intellettuale - di prendere a braccetto un Premio Nobel: 


Sei l'uomo della fionda e della pietra
uomo del mio tempo 




E nella citata poesia "Il grido" l'incubo, che non è sinonimo di sogno, induce l'autrice nell'ultimo verso a dichiarare desolatamente: "Uomo: belva di sempre" facendo pensare a una sofferenza che si fa tensione civile, ma forse più che impegno quotidiano, è ricordo costante che nemmeno la pietà riesce ad ammansire e a pacifi-care.
O l'evidenza dell'effimero, per cui tutto muore, tutto è soggetto all'interno mutare delle cose, allo svuotarsi della vita; ma il poeta non può accettare tout court una sorte simile; il poeta, sostiene con ardore di fanciulla Novella Torregiani, tutto crea, tutto ricrea, è questa la divina facoltà dell'artefice, e la vita torna a fiorire tenace là dove prima la si è vista morire. Resta purtroppo sconosciuta la differenza tra il pensare laico personale, tipico del poeta, la visione religiosa (trascendenza inclusa) di stampo confessionale, o il concetto filosofico ormai quasi un modo di dire ' nulla si crea e nulla si distrugge ': fatto sta che Novella dichiara con fede inattaccabile la sua certezza: 


Ma ostinata la vita fiorisce
là dove poc'anzi moriva.

E ancora più su, risalendo, come frenare lo stupore davanti alla compiuta bellezza, di lessico, metrica, e perfetta armonia stilistica, davanti alle parole

Assorte spiagge
in assolato incanto
intreccio d'ali
nei leggeri voli 
si stemperano d'oro.



Versi che fanno pensare all'insopprimibile e spontaneo urgere di una volontà felice, a un desiderio di bellezza, che non può essere messo a tacere nonostante la tristezza di un'adolescenza dolorosa, nonostante ricordi quasi penetrati nella carne. Ma dopo la pura bellezza poetica ecco, di nuovo, la desolata tristezza per una umanità che sembra non conoscere la propria fragilità (Ora ho pietà di te / fragile uomo) e arriva vantare - persino! - la propria condizione: anche qui vediamo la poetessa affratellata nella delusione al già citato Quasimodo, a Ungaretti (Cessate di uccidere i morti) quando, durante la guerra mondiale, i poeti più e più percepirono il deprecabile degrado dell'uomo pronto all'autodistruzione pur di raggiungere il potere universale. 
Quella di Novella Torregiani è la pietas tipica dei poeti, ma anche la matura indi- viduazione nell' Uomo di una umanità quasi inesistente "ora che il tempo/ ha sfogliato libri di saggezza".


E per finire l'esortazione all'umanità perché viva di poesia. Con innocente mitezza, o per merito di una serafica maturità, all'autrice appare doveroso che dal cuore dell'Uomo si levi il canto verso l'azzurro dell'universo, verso l'impensabile infinito: sempre, fino all'ultimo istante di vita:

Canta uomo
finché alito empie la voce:
dal cuore all'azzurro
elèva il tuo poema.
Canta il pensiero
che supera l'immenso
prima che giunga
silenzio.




Il percorso arriva fino alla rassicurante pace che il poeta istituisce senza dubbi tra l'effimero transeunte e l'eterno:

tra effimero ed eterno
ora sia 
pace.



Forse è possibile chiedersi quanti altri tesori vivono ancora nascosti nell'isola intima o, più semplicemente, in fondo al prezioso cassetto in una inspiegabile attesa. Ma forse tanto vale a capire la mitezza di una donna che prega contro la guerra, e la mite indignazione contro la vanagloria di una umanità che invece di tentare una autentica crescita interumana va verso la catastrofe finale. 
Ma ci confortano e, soprattutto vengono a sostegno dell'autrice, quei momenti magici, e non rari, che finalmente allietano il suo animo sempre in cerca di letizia: dal fondo dello scrigno segreto, il balzo improvviso e felice di versi intrecciati, come pro-venienti dall'immersione in un catino pieno d'oro: versi felici, intrisi di pura, aurea, poesia. 

Santino Cicala
12 maggio 2006

 


 

Cenni critici su " MAGM'ARTIS "  poemetto sull'arte di NOVELLA TORREGIANI

- Ediz. Ibiskos Empoli (FI) 2006 -

 


"Dissoluzione della sintassi, nella ricerca di un linguaggio che totalmente esprima il visionario
fulgore della mente rapita... E' certo propria della ricerca stilistica della Torregiani, la totale abolizione della punteggiatura, prigione, quasi, da cui l'animo deve evadere...; come pure le inusitate e pur fascinose elisioni..." 

 

Prof.Antonio Ramini- Iesi (AN)

 

7° RECENSIONE

UNA STORIA, UN DONO,  UNA MEMORIA

 

RECENSIONE DI G. MARIO  MAULO 
 
  "Il dono della memoria" di Adriano Accors

 , Gruppo Editoriale Marche,  2006


1. UNA STORIA

Nell’opera prima in prosa Adriano Accorsi dona ai lettori  un passato/presente, vivo alla memoria ‘eidetica’di tanti di noi, quello dell’Italia agricola e artigiana, dell’Italia paesana: un’epoca che non si rimpiange ma si contempla, che non si guarda con ‘nostalgia’ (che significa un ritorno al passato con dolore), ma con lo stupore e la gioia libera della contemplazione e con l’incanto della rivisitazione e della evocazione.

1.1.
E’  un passato che costituisce la trama essenziale  della storia: la storia intesa come ‘storia sociale’,  come ‘storia democratica’,  quella che rappresenta la cultura reale,  l’educazione, l’economia, il senso del tempo, la vita di cui è tessuto il vivere quotidiano del paese: storia almeno altrettanto quanto lo è la storia grande, del ‘palazzo’, delle istituzioni,  della macroeconomia, dei grandi eventi; perché ‘la storia siamo noi’, che la tessiamo ogni giorno con la nostra spola che va e viene fra i fili quotidiani di una trama sottile ma spessa e continua.

1.2.
Questa microstoria della gran parte  della popolazione  gli storici la rappresentano,  con l’aiuto della sociologia e delle altre scienze ausiliarie, attraverso la descrizione dei modi  e delle tipologie del produrre, attraverso l’evoluzione demografica, i cambiamenti urbanistici e tecnici; la descrivono in numeri e figure (si direbbe con Galileo), cercando così di rappresentare come la gente viveva,  coltivava, produceva, mangiava, educava, comunicava, passava il tempo libero, viveva la festa e l’amore, giocava, …
Accorsi, invece, sceglie di descrivere/raccontare/contemplare  un concreto reale vivere, giocare, pregare, fare festa, passare il tempo libero, ….cerca di far intuire il tutto nel frammento, affidato alla parola efficace, simbolica, evocativa, che nel fatto fa trasparire l’evento, il significato, in un sapiente e impercettibile, quasi non voluto, doppio disegno in filigrana.
In termini sociologici, si direbbe una ‘sociologia qualitativa’ invece di una ‘sociologia quantitativa’, con tutti i limiti di scientificità e rappresentatività del campione, ma anche con tutti i pregi del vissuto, con l’efficacia della testimonianza, con la suggestione dell’‘evocazione’. La ricerca quantitativa mira all’esattezza, la qualitativa a esplorare lati dell’esperienza sociale che rischiano di sfuggire e restare sconosciuti; la quantitativa vuole fare scienza, la qualitativa vuole portare alla luce frammenti significativi per la coscienza di una comunità, vuole dare voce a chi è vissuto in un silenzio storico carico di valori, di senso, di sapore della vita, in quelle zone in cui non c’è campo si direbbe oggi con il linguaggio della telefonia mobile.
Si tratta di uno studio di profondità anziché di estensione, carico di empatia: la sociologia oggi lo considererebbe un dato allo stato puro, una storia di vita; più che una forma narrativa della storia e della sociologia  è una forma narrativa dell’arte, soggettiva e singolare ma con le potenzialità del reale, particolare ma dotata della forza evocativa del concreto, frammentaria ma con la vocazione al mosaico…

1.3

Filtrati da uno sguardo soggettivo, in parte animistico, in parte magico, sempre dinamico,  davanti al lettore passano i fotogrammi di una vita paesana: in bianco e nero per l’epoca, ma a colori per la vivacità! sembrano fissi ma si succedono con una cadenza sufficiente a dare la sensazione del divenire,  del tempo che scorre lento e lineare con i ritmi della civiltà preindustriale. Un paese, le stagioni di una vita, negli occhi di un bambino: il nome di battesimo, il ricordo del fidanzamento dei genitori, il canto di mamma in cucina, le amicizie di famiglia,  le letture; il ritorno del babbo Giordano dalla guerra,  i passatempi, il lavoro; la nascita del fratello; la casa e la biblioteca di nonna Lucì,  il gioco delle carte, il fabbro,  l’acqua alla fonte; i ragazzi del vicolo, ‘li spari co le cartucce’, il gioco a ‘buscetta’  e a ‘filalonga’, i bachi da seta, le trappole per gli uccelli tra la neve; le gare/competizioni/scontri/duelli con i ragazzi di piazza, la caccia a ‘raghini’ e lucertole;  il catechismo, la Prima Comunione e la Cresima, il passaparola sul sesso, la scoperta delle donne, il mercato, la scuola e le maestre; i pantaloni lunghi, i soldi, le sigarette. E poi il tempo di un anno: il cenone e la messa di mezzanotte, il presepio, il ceppo, i racconti del camino, storie di streghe e fatture,  capodanno, la pasquella, la pagnottella di san Biagio, i dolci del giovedì grasso e le maschere di carnevale, la raganella per caccià marzo,  i dolci e il vestito nuovo per Pasqua, le pulizie e la benedizione delle case, il gioco al bracciale, la politica di ‘ha da venì Baffò’, la passeggiata delle mura, gli sposi, il funerale, le zucche di settembre, lo stracciarolo, la pesciarola, la fisarmonica e il pappagallo che predice il futuro, il vasaio, il te morale e i tuoni, il tifo, la gita al mare, la strada regina, le bancarelle de Loreto, il brodetto al ristorante Bianchi e il mare (“quanto sarebbe bello se pure Treia avesse il mare…secondo me il mare si poteva fare là nell’arena del pallone col bracciale” pag.100), il primo gelato, la domenica al fiume, la trebbiatrice, il falò di mezz’agosto, i birrocci della vendemmia, la visita al cimitero, la notte della venuta…Un vissuto familiare a  tutti.


2. UN DONO

2.1 LO STILE

Gli ambienti sono tratteggiati con poche pennellate rapide, immediate, essenziali: per ogni sequenza una frase iniziale immette subito nelle situazioni; gli episodi sono offerti, più che narrati con uno stile sobrio e con un sorriso: sembra che l’autore ci stia porgendo un fatto come se ci offrisse nel palmo della mano ‘un dono’, un frutto di bosco appena raccolto fresco fresco. Lo stile è quello della memoria sensoriale, della coralità, della reinvenzione, della presentificazione, delle esperienze quotidiane di tutti vissute viste e narrate con gli occhi ‘naif’ di un bambino che le coglie come uniche, con un ricordo ancora ‘iconico’, ‘eidetico’, fissato cioè per immagini.
Il tono è di chi vive coinvolto, non di chi guarda distaccato, di chi sta dentro non sopra o al di là degli eventi. E’ la narrazione di una vita vissuta in diretta, non mediata da schermi come è quella dei nostri bambini di città (e non solo): una ‘ narrazione cinestesica, sensoriale, quasi tattile’. La  tecnica narrativa (anzi, forse, solo la narrazione neppure scelta e proprio per questo più efficace) si alimenta ai sensi: odori, sapori, suoni, impressioni viste, toccate, sentite, percezioni di più sensi insieme, ma molto realistiche, mai sfruttate per atmosfere artificiali, più valorizzate per dipingere quadri ‘naif’.
Tutto il libro, inoltre, ha il ritmo dell’avventura, il dinamismo di un bambino che non sta mai fermo, non la compiacenza della descrizione fine a se stessa.

2.2. LA STRUTTURA NARRATIVA

La narrazione ha un’architettura logica e naturale: 1) gli ambienti di vita e le persone, 2) le età della vita viste dalla prospettiva della fanciullezza ma con uno sguardo panoramico a tutte le età (il libro è popolato di figure tipiche e di vecchietti!); 3) le cadenze temporali delle stagioni e delle feste, civili e religiose insieme, tipiche della civiltà agricola e artigiana.
I singoli ‘episodi’ costituiscono tanti frammenti di un tutto, tante tessere di un mosaico, o tanti quadri di un’esposizione organica, o tanti short di un film in cui ogni sequenza sta a sé, ma acquista un ulteriore senso e una funzione ‘eccedente’ (che va oltre l’episodio) nell’intero. Ogni frammento della memoria è raccolto per essere narrato concluso in sé nella forma; ma accostato a tutti gli altri frammenti, raccolti con devozione ma anche con un sorriso benevolo,  costituisce un continuum, un mosaico di tessere dai colori diversi, marcate ma armonizzate tra loro dallo stile e dal contenuto. Chi ha visto il primo film di Nanni Moretti negli anni ‘70 “Ecce bombo” ricorderà che ogni sequenza è conclusa in sé, staccata anche formalmente dalle altre, ma ugualmente, si può parlare di un ‘intero’: struttura a mosaico, quasi a ‘puzzle’, addirittura a ‘fumetto’ .
Un’altra tecnica narrativa, forse neppure intenzionalmente scelta, ma senz’altro interessante in un libro di memoria, anche dal punto di vista psicanalitico, è la tecnica del narrare per flusso di memoria, a grappolo, come le ciliegie, in cui una tira l’altra. Questa tecnica ha il solo limite di essere stata convogliata dentro uno schema temporale (le età e i tempi dell’anno) e spaziale(gli ambienti) che ne contiene la spontaneità del flusso.

2.3. LA LINGUA.

Il fluire spontaneo della memoria, spesso in forma ‘naif’,  affidato  nella forma narrativa al presente storico o all’imperfetto, è sostenuto da un linguaggio parlato, funzionale allo spessore dell’evento, risultato di uno spontaneo intreccio di italiano e dialetto, di parlato più che di scritto.  Il passato/presente diventa così anche il quotidiano, per la lingua semplice, scarna, non elaborata, non letteraria,  parlata appunto, cioè intessuta di un dialetto/italiano senza neppure evidenziare la differenza linguistica che, per chi vive (e per chi fa rivivere) un ambiente, non c’è.
L’italiano e il dialetto sono valorizzati alternativamente o insieme per la loro capacità immediata di rappresentare impressioni, di spalmare colori, di dare pennellate di realtà.
Ogni frammento, inoltre,  è narrato coinvolgendo il lettore immediatamente, immettendolo ‘in medias res’, senza mediazioni superflue: ci si trova subito nel clima, nell’ambiente,  con una frase iniziale, un’espressione tipica,  spesso citata tra virgolette, che ricrea subito la ‘situazione di vita’.


3. UNA MEMORIA

3.1.IL PENSIERO

I testo si ispira implicitamente  alla tecnica, anzi alla concezione della memoria tipica della cultura biblica, applicata però ad un contesto e ad un contenuto laico, familiare e quotidiano, ma non effimero, della vita di paese.
Al di là del valore storico-sociologico, “Il dono della memoria”, infatti,  costituisce un  “AMARCORD” di vita di paese nel senso felliniano del termine, rivissuto però con il sorriso semplice, con lo sguardo incantato del bambino, ricostruito dalla parte del bambino e dal passato, ma con l’autoironia e la saggezza di sottofondo appena sottaciuto dell’adulto e del presente. Un ‘amarcord’ soffuso di gioia non di mestizia, avvolto di freschezza non di mito, riattualizzato ma non trascinato nel presente: non è, infatti,  il ricordo di un passato mitizzato, che si vorrebbe presente ma purtroppo non può ritornare,  ma di un passato visto in sé come valore, non assolutizzato, non narrato con il desiderio impossibile di fermarlo, o di prolungarlo, tanto meno di eternizzarlo. (da questa prospettiva trovo due limiti nel testo: uno nella citazione iniziale di Saffo che si ispira  al ricordo come rimpianto e rammarico, l’altro in due titoli: ‘la mitica fanciullezza’ e ‘il paradiso perduto’ che in realtà non sono poi confermati dallo stile della narrazione più vicino alla memoria che al rimpianto)
La reviviscenza, la presentificazione, non tende a ritardare il tramonto di un’epoca, a rallentare un processo di straniamento psicologico o  di allontanamento soltanto temporale, ma a contemplarlo in sé, senza possederlo per l’oggi, solo facendone uno “ktema eis aèi”  (un’ acquisizione per sempre) direbbe Tucidide, cioè per trovare in quel fatto un evento, in quel vissuto un significato, in quel concreto particolare un universale.

3.2LA CONCEZIONE DELLA STORIA

Al testo è sottesa una concezione della storia come ‘memoria’ : il passato, colto nelle sue nervature profonde e attualizzato, è significativo per sempre, è risuscitato. Si tratta della concezione che abbiamo ereditato dalla radice ebraica della nostra cultura: la memoria biblica affida ad  un ‘in principio’ a-storico la condizione originaria, come è uscita dalla mano creatrice, ma guarda a tutto il divenire come evento, cioè come segno che racchiude in sé un nucleo irripetibile, un valore e una vocazione per il futuro.
E’ la concezione lineare ed escatologica della storia, carica di speranza: ogni frammento è da cogliere in sé, perché racchiude il tutto in quel momento e può sbocciare in un possibile futuro che non perde, non nega, non svaluta, anzi porta a compimento il passato. Ricordiamo tutti il suggestivo momento liturgico della ‘pasqua ebraica’, quando la famiglia patriarcale, riunita attorno alla mensa per mangiare ‘ora come allora’ i cibi  storici della comunità, fa memoria dell’evento fondante del passaggio del Mar Rosso: la cerimonia inizia con la domanda ‘che significa questo’ posta dal più piccolo della famiglia (il presente/ l’anello fra oggi e domani) al più anziano  (il passato, l’anello fra ieri e oggi): e il più anziano fa memoria, ricostruendo per il presente e per i presenti l’evento passato, in cui è ‘già’ contenuto il significato della liberazione ma ‘non ancora’ in maniera totalmente sbocciata. In ogni momento del passato è racchiuso un messaggio, in ogni pagina un frammento del tutto: si fa memoria corale non per tornare indietro ma per cogliere il senso e vivere in avanti! Il presente e il futuro hanno un cuore antico e un nucleo, un ‘già’, che anela al compimento sempre ulteriore,‘non ancora’ avvenuto; e perciò impegna in avanti una comunità responsabile.
Questa concezione della storia è radicalmente diversa dalla concezione mitica  sottesa al ricordo vissuto come nostalgia e  rimpianto, in cui ogni epoca  rappresenta un allontanamento, una fuga, un gradino discendente, una decadenza rispetto al passato che perciò si tenta di trattenere, ritardandone il tramonto; e profondamente diversa dalla concezione dialettica ed utopica in cui ogni fatto è un materiale per il futuro, solo un gradino per andare oltre e, una volta superato, ha valore solo come oggetto archeologico, come cenere e scoria rispetto al futuro, come il negativo di un’immagine a venire. Ed è profondamente diversa dalla concezione circolare in cui i fatti sono chiusi in se stessi e si ripetono senza significato e senza novità, tanto che la storia è narrazione sempre uguale, inutile al limite perché ripetitiva.


Conclusione

Nella piazza del paese,  nei  vicoli, nella campagna, nelle botteghe, nelle case ci siamo tutti: è un affresco di piccoli segni che formano un grande affresco, un quadro corale del paese, così diverso dalla visione aristocratica della grande concittadina Dolores Prato, che dietro la sua finestra alta sul paese scrive “Giù la piazza non c’è nessuno”. Si tratta della stessa città, ma non dello stesso sguardo: lì lo sguardo di una bambina e di un’adolescente introversa e, in filigrana, il ricordo di un’anziana tanto artista ma tanto lontana; qui  lo sguardo di quel bambino  ancora con i calzoni corti che, anche dalla copertina del libro, sorride alla vita come gioco, che sboccia,  che cresce, che avanza in ogni vicolo del paese e in ogni angolo della memoria. “Di sera la Piazza risonava delle nostre grida e dei garriti delle rondini: noi ragazzi ci inseguivamo gridando sulla Piazza. Sopra la Piazza anche le rondini giocavano a inseguirsi le une le altre veloci e strepitanti formando un’ellisse che aveva come punti estremi il campanile d san Filippo e quello del Duomo, attorno ai quali volavano rapide. Delle volte, richiamati da quelle grida ancora più festose delle nostre smettevamo di giocare per guardarle” (43)
Una storia, una memoria, un dono da contemplare!

                                          Gian Mario Maulo

Porto Recanati 26 novembre 2006


 

 

5° - 6° RECENSIONE

IL VIAGGIO di Adriano Accorsi.

Il poema di Adriano Accorsi, Stamperia dell’Arancio, 2004, rappresenta un cammino pedagogico alla scoperta della sapienza della vita, passando attraverso la condizione umana segnata dai vizi e dalle virtù. In un’epoca lacerata fra estrema razionalità e deriva sentimentale, una poesia allegorica costituisce già un originale contributo d’arte. La forma narrativa è spigliata, snella, rapida ed essenziale, sempre in equilibrio fra poesia e prosa. La struttura del viaggio, un’ascesa morale, anzi un’ascesa spirituale, quasi una catarsi psicologica, è una ripresa del modello classico: un percorso, guidato e simbolico, leggero e piacevole, limpido e spontaneo, lungo una valle, attraverso una natura incontaminata, quasi una primavera eterna, punteggiata con persone simbolo che, in sequenza logica, rappresentano l’intera gamma delle passioni  e dei vizi. Il viaggiatore Samuele, guidato da Vera, sale, poi, verso un mondo liberato e segnato dalle virtù fondamentali e diventa gradualmente protagonista di un’ascesa che lo porta alla gioia e alla pienezza. La tonalità didattica è molto sobria; la morale non scade mai in moralismo ed esortazione esteriore; lo sfondo teologico non si fa invadente; l’ambiente, pur ricco di elementi naturalistici significativi e sempre funzionali, non diventa occasione per compiacenze descrittive superflue; lo stile evocativo non si appesantisce in accenti apocalittici. L’architettura morale ha il pregio della sistematicità. Il messaggio, sempre implicito ma sempre presente, anche se mai scopertamente parenetico, coincide con la verità del Cristianesimo: una vita autenticamente umana e virtuosa porta alla Gioia, realizza l’armonia con se stessi e con gli altri, con la natura e con Dio; l’ascesa dell’autoaffermazione superba all’umiltà del dono di sé passa realisticamente attraverso il Dolore e il Perdono e approda all’Amore, alla realizzazione di sé, al paradiso interiore. Il poema, leggibile a più livelli, come ogni allegoria, può essere messo, perciò, in mano sia ai bambini che troveranno sul piano naturalistico continui spunti fantastici e pittorici, che a persone in ricerca, desiderose di uscire a “riveder le stelle”: il viaggiatore, un Samuele tanto biblico in ascolto di una Vera tanto simile alla Sapienza, può essere anche il lettore-autore, che in una poesia, più idillica che lirica, più simbolica che sentimentale, trova un sussurro etico che può diventare una “voce di dentro”.
Gian Mario Maulo 

 
 
 

 

L'ALBERO DEI RAMI SENZA VENTO
 
L’albero dei rami senza vento, l’ultima opera del poeta portorecanatese Renato Pigliacampo edita dalla casa editrice Gianni Iuculano Editore di Pavia è senza dubbio la riuscitissima storia in versi non solo della propria vita, ma anche la rivelazione totale della propria anima.
L’autore non segue nessuna poetica al di fuori di quella semplice e chiara di rivelare completamente sé stesso.
E’ un modo di fare poesia questo assolutamente non riduttivo, anzi si può tranquillamente affermare che è la strategia preferita dai maggiori poeti del ventesimo secolo: ci riferiamo, tanto per fare alcuni esempi, a Jorge Luis Borges, al premio Nobel Wislawa Szymborska, a Costantino Kavafis, a Gibran Kahlil Gibran nella stesura del suo capolavoro Il profeta e altri ancora di tale levatura.
Lo stile delle novanta poesie che compongono il libro è quindi un stile limpido che rispetta la metrica senza però farsene tiranneggiare e che altra preoccupazione non ha se non quella di rivelare totalmente il proprio pensiero e lo spirito che lo anima.
E spesso i suoi versi raggiungono la poesia.
Come in questi:
 
Cessò improvviso l’ascolto del canto
e voci e rumori agresti.
 
Tutto è ammutolito.
Mai più riascolterò il mare.
 
Ecco, questo è il suo stile: poche riservate parole per dirci il suo diventare non udente fin dalla fanciullezza, l’episodio che ha segnato la sua vita.
 
O in una delle sue tante invocazioni o dialoghi con Dio:
 
Perché tentenno mio Dio?
Libera la mia ala.
 
O in questi versi per l’amore/passione vissuti fino in fondo:
 
Sei passata nel respiro del vento
volo desolato sul mio mare
 
l’onda rievoca il tuo nome
che mai saprò nel tono di voce.
 
O in questi rivelanti invece il suo impegno sociale:
 
Ho cercato d’amare i sordi.
 
Nel momento di spiegarlo
alla società degli udenti
 
sono stato lasciato sulla soglia.
 
O in quest’altri che svelano l’integrità morale pure negli inevitabili errori:
 
e di te ricordo, mia sposa
la corsa della vita, l’altare.
 
Ho cercato parole per segnarti perdono.
 
Il libro è tutto pervaso dal grande amore per la vita, di una vita vissuta nella fierezza, nella lotta, nel coraggio, nello studio e nella poesia. Ma al di là di tutto il libro rivela, simile al mormorio lontano di un ruscello che si ode nel frastuono della vita, la grande, sofferta e forse proprio per questo magnifica sensibilità di questo strenuo guerriero col cuore di fanciullo, come l’autore si autodefinisce in uno dei suoi versi migliori.

 

Adriano Accorsi

4° recensione


Dalla piazza del villaggio al volo della farfalla:
l’evoluzione poetica di Adriano Accorsi.

           di Irene  Starace

   Si dice che gli scrittori riscrivono sempre lo stesso libro, nel senso che spesso perseguono il miglioramento delle proprie capacità esercitandosi su temi ricorrenti.
   Quest’affermazione si può senz’altro applicare all’opera di Adriano Accorsi: fin dal suo esordio, con Visibile invisibile il tema del suo lavoro è stata la sua terra, le Marche, colta nei paesaggi, nelle piccole città, negli aspetti più antichi, o per meglio dire al di fuori del tempo.
   Tuttavia, dal primo libro a Poesie di terra e di mare, nella cui linea prosegue ora Poesie verdi e azzurre, sono cambiati notevolmente diversi aspetti.
   In primo luogo, le poesie sono diventate molto più brevi e invece di “raccontare” un momento, come accadeva in Visibile invisibile, lo “fotografano”: il poeta si concentra sull’immagine, invece di svilupparla in una piccola storia.
   Anche il linguaggio è cambiato profondamente, nella direzione di una straordinaria essenzialità, e i versi sono diventati brevi e spezzati.
   In secondo luogo, sono cambiati i contenuti: i paesi, le strade, le piazze sono scomparsi, sostituiti dalla natura e dagli animali.
   La presenza umana è quasi completamente assente e in una delle poesie, Aliene, è sentita come negativa, appunto “alienante”.
   Protagonista assoluta di questo libro è quindi la natura: le poesie verdi sono dedicate alla montagna e alla campagna, le poesie azzurre al mare.
   Cos’è rimasto invece costante? I sentimenti ispiratori del lavoro di Accorsi: l’amore per la natura, il senso di empatia con essa e di mistero anche di fronte ai suoi aspetti apparentemente più trascurabili, la visione essenzialmente serena del mondo.
   La natura e i paesaggi non sono, purtroppo, incontaminati come verrebbe spontaneo credere leggendo queste poesie, e il poeta lo sa benissimo, ma la sua poesia non è mai stata di rabbia o di denuncia.   
   Ciò che gli interessa è cercate l’invisibile nel quotidiano e celebrare la bellezza del mondo: lo spirito della sua poesia è profondamente religioso.
   In queste poesie ricorrono spesso parole come stupore, mistero, magia, come in Battiti/ rapidi/ d’ali …/  Timore/ Mistero. Sulla soglia; Un usignolo/ canta.// In ascolto,/ stupiti,// i fiori. Ascolto; Nell’ora più ardente,// nella luce/ abbagliante,// il silenzio// carico/ di stupore// e di mistero. L’ora.
   La natura può avere sentimenti umani e le persone possono somigliare agli animali: gli esempi più significativi, e le poesie più belle, sono senz’altro Sintonia ( il titolo parla da sé), Storia d’amore, in cui l’amante è il monte Conero che segue il mare quando si ritrae perché lo ama, e la Poesia dedicata a Momo, in cui il poeta enumera le differenze e le somiglianze tra il cane e il suo padrone per concludere Ti giuro, se non avessi/ lo Spirito, non mi sentirei/ tanto diverso da te,/ mio caro Momo, fratello.
   La magia può essere opera del sole, che trasforma in perle le gocce di brina, Magia; o magia vera e propria Nel silenzio/ del bosco/ un uomo// diventò pino.// Lo rimutò/ in uomo// la voce/ di un bambino.
   In questa brevissima, e deliziosa, fiaba in versi c’è l’amore per l’innocenza tipico di Accorsi, ma anche, forse, un avvertimento: è pericoloso identificarsi completamente con la natura, isolarsi completamente dal mondo umano.
   Un’altra caratteristica della poesia di Accorsi, oggi come ieri, è l’universalità, se così si può dire. Nonostante le sue poesie siano ambientate nelle Marche, se il luogo in cui sono ambientate non fosse indicato alla fine di ognuna di esse, non potremmo capirlo quasi in nessun caso.
   Le sue poesie potrebbero essere ambientate dovunque, in qualsiasi luogo esista ancora una natura relativamente incontaminata.
   Le sue immagini acquisiscono così un valore universale, simbolico. 
   Per quanto riguarda le fonti d’ispirazione del poeta, un aiuto ad esprimere l’identificazione, ricca di affetto, con la natura è certamente venuto tanto da Pascoli quanto dalla frequentazione dello haiku: sono proprie sia del poeta italiano sia del genere poetico giapponese, con le debite differenze, l’attenzione ai dettagli più (apparentemente) insignificanti, l’empatia con la natura e gli animali, soprattutto i più piccoli, la scoperta del mistero che lascia stupiti dietro una piccola cosa.
   Anche la sobrietà espressiva risente dell’influenza della forma poetica più breve del mondo.
   La semplicità priva di retorica, a cui, come abbiamo visto, il poeta non è arrivato senza fatica, è un pregio dello haiku come di questo libro.
                                                                                     Irene Starace 

Irene Starace (Velletri, 1978) è laureata in Lingue e Civiltà Orientali all’Università “La Sapienza“ di Roma. Ha curato Il grande libro degli HAIKU edito dalla Casa Editrice Castelvecchi di Roma. In Giappone ha lavorato come insegnante di italiano e traduttrice. Attualmente lavora come dottoranda presso la Universidad Autonoma de Madrid e si occupa anche  di traduzioni di classici e autori moderni.



La poesia di Adriano


La poesia di Adriano Accorsi


   Adriano Accorsi è un poeta di antica esperienza. Egli ha scritto infatti molti libri, cimentandosi, lungo il suo percorso, con temi e forme molteplici di espressione: dalla metrica al verso sciolto, dalla lirica alla prosa poetica, dall’haiku al poema, affrontando argomenti anche di difficile approccio sia per il contenuto, sia per la forma, non rinunciando nemmeno, quando lo ha ritenuto funzionale alla sua ricerca, alla filosofia della vita e del pensiero.
   Scorrere i suoi titoli è già fascinoso per se stesso: Poesie di terra e di mare, Il sogno, Visibile invisibile, Le porte e altri ancora, fino alla sua ultima fatica: Poesie verdi e azzurre.
   Accorsi è molto motivato e ama a tal punto la sua arte da essere in continua ricerca di stimoli e di occasioni nuove, attingendo alla sua intima sensibilità per far cantare la sua musa.
   C’è qui, nella assonnata città di Macerata, un clan di pretesi intellettuali che si appropria di una sorta di rappresentanza poetica ufficiale che ha la presunzione di trinciare giudizi contro la universale tribù dei poeti fai da te che, a loro dire, sarebbero perseguibili con una vera caccia agli untori di manzoniana memoria. Essi si ritengono motu proprio, i soli ad essere investiti del divino diritto di poetare ad libitum, vorrebbero perciò mettere il bavaglio al cuore umano che dalla notte dei tempi attinge alla sua fantasia, spontanea e naturale, per cantare liberamente le proprie gioie e gli intimi tormenti.
   Il divino Leopardi, nel suo Zibaldone e nel suo Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica afferma esplicitamente che chiunque può scrivere poesie purché la sua ispirazione sia autentica, la sua immaginazione ricca  e si disseti sempre nel trasparente lago della sua fantasia. Egli infatti descrive l’età d’oro della poesia collocandola nel mondo antico, quando l’uomo era un eterno fanciullo, ricco di illusioni.
   Potenzialmente, quindi, ogni uomo può essere un poeta, altrimenti non sapremmo come spiegarci l’autentica poesia di pastori, di contadini o di solerti artigiani che hanno lasciato luminose tracce lungo tutta la storia della letteratura mondiale.
   Accorsi nel suo libro Poesie verdi e azzurre, in compagnia del suo cane Momo, percorre itinerari paesaggistici, nati dal proprio cuore e interroga la sua anima su quelle impreviste e imprevedibili emozioni che il dato oggettivo gli suggerisce. Per spiegarmi meglio egli, passeggiando per sentieri e percorsi occasionali, s’interroga su ciò che di verde e di azzurro incontra lungo il suo cammino e questa dicromia esteriore colora di sé la sua anima e oserei dire anche l’anima del suo fedele amico.
   Egli, vero conoscitore dell’haiku, usa tale metro e una tale poetica al fine di scarnificare il proprio verso fino alle bianche ossa dell’emozione più genuina.
   Per significare meglio il mio pensiero riporto una sola poesia dal titolo Lamenti  Rauchi/ lamenti// e ripetuti/ voli// di cornacchie//  sul morto/ casolare.// Inghiotte/ il mondo/ la vecchia// con il suo/ sbadiglio.
                                                                              Matteo Ricucci


Matteo Ricucci ( Monte Sant’Angelo Foggia, 1931 ) Laureato in Medicina all’Università di Bologna. Scrittore. Poeta. Ha pubblicato tredici libri: cinque di poesia Un’anima nella clessidra, Castelli di sabbia, Tra le dita del vento, Cavalcando le nuvole e il poema Blu tango; cinque romanzi: L’orlo dell’ombra, Il rosso fiore della violenza, La follia sull’altalena, Giovanna D’Angiò, Il leone d’africa; e due libri di racconti: Lungo le mura sotto il sole, Animalia. Pluripremiato in tanti concorsi. 







 

3° RECENSIONE

 

NOTA di Novella Torregiani

al volume di Poesia e d'Arte

 

" LE COLLINE IL MARE "

di Gian Mario Maulo

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Per mia sentita esigenza e per principio, ringrazio sempre il poeta che mi affida l'incarico gradito di esprimermi sul suo pensiero che rappresenta, poi, la sua anima poiché è questa che egli ci offre, aprendola a tutti, per rivelarne la sua essenza più intima, vera, celata ; e questo non è semplice per gli autori, ma una forza interiore spinge ,prima o poi, anche i più restii, a manifestarsi. Ed è un bene che sia così poichè ne scaturisce un incontro di anime, che, altrimenti, mai si sarebbero conosciute ad un livello così profondo; è un incontro di sentimenti affini che permette di amare ed apprezzare maggiormente la parte migliore dell'umanità.

 

Ecco,dunque, il Poeta Gian Mario Maulo che ci dona il proprio pensiero e le proprie emozioni di fronte alla realtà che lo circonda, mondo amato profondamente, per amalgamarne e porgerne con la parola , ogni alito, ogni nuvola, ogni fiore e collina, ogni onda e gabbiano.

Leggendo le numerose liriche, si ha, quasi,l'impressione d'immergersi e, quasi, trasfondersi nel cielo, nella terra, nel mare, nella luce e divenire, per magia, parte integrante di quegli stessi elementi che il poeta ama talmente, da renderli vivi e dialoganti ; soprattutto la luce ,madre di ogni cosa, possiede voce incisiva e dilagante, illuminando ogni dettaglio.

 

"...un altro giorno / uno stupore antico / si dischiude / sulla tela di campi e casolari/ appena dipinta di mattino:/ e colline di luce/ invadono la stanza / ancora sopita di colori." (63)

 

Ma anche le ombre ed il silenzio,in sottofondo, invocano la propria presenza:

 

"...Anche la memoria / s'infrange contro il silenzio / che improvviso incombe / e reciso

è il pensiero / -forse anche il presagio- / nel blackout che gelido pervade. /.." (29)

 

" Si può ancora dipingere/ dietro le sbarre / di questi vicoli d'ombra, /,...e vago altrove: / dove le ombre si spengono la sera / e l'ultima tela cerca il suo colore" (33)

 

Dunque, questo straordinario coinvolgimento emotivo, questo innamoramento appassionato

(forse dovuti al fatto che,essendo stato il nostro poeta, sindaco nel territorio, ama ed ha molto amato e curato questa terra meravigliosa ) , hanno portato il poeta a volerla conoscere in ogni sua bellezza, fosse questa un anfratto, un prato, una siepe o, in astratto, un desiderio, un mito, una paura. Tutto ciò ha generato quest'opera letteraria di pura poesia che amalgama questo ambiente marchigiano così affascinante e dolce, all'essenza profonda del sentire poetico dell'autore, sicchè la materia trasfigurata, si fonde con una l'umanità e sensibilità eccezionali , divenendo un'unica entità .

 

"...Solo i passi dell'anima / ascolto distesi nel prato, / il soffio di vita / che pulsa tra siepi ed acacie, / un refolo amico / che danza coi rami del bosco. / Non so dove nasce / la

strada né dove conduce, / forse alle nuvole / immobili oltre la neve, / rapito ormai / da

un orizzonte in cammino."(82)

 

 

Tutta l'opera si adagia su di un linguaggio lieve, quasi etereo, rarefatto :

lieve nel verso libero, agile ed armonioso ,breve, conciso, ma straordinariamente denso di significati;

lieve nelle metafore, nelle immagini vive, sempre in movimento, immagini orientate ad esprimere un destino ineluttabile, un destino che stringe in sé ogni creatura;

lievi le chiusure delle liriche, nei termini scelti, nella forma adottata, ma dense di sostanza nel pensiero angoscioso di spazi ignoti, di abissi aperti, di orizzonti sconosciuti verso lidi misteriosi, pregni d'interrogativi esistenziali. "..sul limitare inquieto dell'anima /guardo negli occhi /il silenzio /che viene di lontano"(75)

 

Spesso, dai versi, pur nella ricchezza inesauribile di così tanti , preziosi doni della natura, nella gioiosa atmosfera dei paesaggi, emergono celati rimpianti, solitudine e il termine "solo" usato come sostantivato o come aggettivo posto dopo il nome, rafforza talmente il significato, che subito evoca il dissolversi di quella realtà bucolica tanto amata, venerata, quasi, per l'apparire di un'anima sola, sospesa nel nulla.

 

"...il viale muto di giochi ed altalene / Prossime le case / nella notte sola. "(27)

 

"Si vive sempre da soli / questa opaca morte dal tempo / ...insegui almeno una parola /

un'orma che insieme ci conduca / oltre i muri alti del parco." (69)

 

"...invocare / un cuore senza lido / sullo spazio stanco." (89)

 

"...Solo l'antico oceano / sa il lamento di un abisso / che non ha confini." (137)

 

Ma il poeta possiede anche la forza grande della speranza che dilata, per l'anima,oltre gl'inganni della realtà, la visione elegiaca dei paesaggi, paradossalmente ora ristretta , per quanto vasta, varia e suggestiva .

 

"...cerco un'orma di passi inattesi / fra le sabbie / di questo cosmo incompiuto."(52)

 

E' la ricerca interiore di una compiutezza logica, in questo cosmo incompiuto,tanto affascinante quanto privo di significato per la mente umana, ignara di tutto l'immenso progetto, se non lo si riconduce ad una speranza di compiutezza, adeguata alla capacità cognitiva dell'uomo.

 

"..Al di là dei cancelli... / la memoria, l'orma, il desiderio." (71)

 

Questa ricorrente speranza torna , insistente ,in numerose altre liriche, ove si comprende che la realtà così esaltata, in verità, costituisce una barriera da superare, per appagare una inconscia sete inesausta e dissetarsi al mistero infinito che si cela oltre.

Particolarmente significative e riassuntive di quanto espresso, sono le bellissime liriche

SULLE ACQUE (146) ECLISSI (145) ORIZZONTE (82) ,LAGUNA (138)

 

Dunque, Gian Mario in questa ricca e suggestiva raccolta, si può definire "pescatore

di istanti", com'egli stesso si classifica: infatti, la sua rete è veramente ricolma d'istanti incantati e luminosi, di bagliori e guizzi di viva poesia.

 

Novella Torregiani

25 / 02 / 09

 

 

 

BREVE NOTA PER I PITTORI

Carlo Jacomucci ed il Gruppo E.ART di Civitanova

 

Numerosi pittori hanno ulteriormente impreziosito il volume di poesie LE COLLINE IL MARE di Gian Mario Maulo: immagini suggestive, elaborate con tenciche e tematiche diverse . La pittura dell'Artisa Carlo Jacomucci presenta soggetti vari, immersi in atmosfere affascinanti, fluide ,in ambienti avvolti in fiocchi di neve vaganti nell'aria o petali oppure lieve fogliame e ricadenti su scenari fiabeschi, con voli di aquiloni e figure evanescenti, nei movimenti più vari:è un incontro di anime surreali su ambienti in attesa di misteriosi eventi.

 

Gli altri artisti appartengono al gruppo E.ART di Civitanova. Essi illustrano il mare ,tra pescatori e barche assorti in contemplazione (Vincenzo Torretti), marine mosse e vive (Eufrasia Cordone, Benito Cicchiné,Ornella Rogani, Giusy Trippetta ,con macchie di colore

intense e vibranti tra rami di corallo, il bellissimo e scenografico disegno di Lucia Spagnolo). Una particolare osservazione suscitano la pittura di forte impatto espressivo di Franco Morresi , l'interessante astratto di Rosella Quintini e la preziosa cromia dell'opera di Alda Carletti.

 

Novella Torregiani

 

Porto Recanati, 25 Febbraio 2009 - Le Ceneri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2° RECENSIONE

 

RECENSIONE di M.Elisa Redaelli Luzi

sull'opera MAGM'ARTIS di Novella Torregiani

 

"I poeti che hanno il canto nell'anima usano linguaggi ritmati che risultano essere simili ad un crepitio di vita il quale ricorda il muoversi appianato delle onde marine

o lacustri sulla rena composta da piccoli sassi mai fermi,sospesi appena nell'acqua semovente quasi desiderosi d'immergersi per sempre e quasi

vogliosi di ritornare ad occupare il posto vuoto e cavo lasciato ,antico luogo natio insostituibile per poi rioccuparlo,una volta tornati sospinti dalla risacca ,incapaci di

andarsene ,ma riottosi nel ritornarvi.

Così sono i pensieri di chi ama molto e per il quale "il restare"è legge interiore e "l'andare "è il desiderio di perdersi per lidi,itinerari,voli o cadute ,non importa quali

o come, ma pur sempre nuovi ,inediti e pur sempre antichi.

 

Similmente Novella Torregiani sembra voler vivere ed esperire continue partenze e continui rinvii che,proprio per il loro altalenante susseguirsi di congedi e ritorni

favoriscono,per un lato,il rinnovellamento dello spirito,l'arricchimento del sapere e dell'esperire, e,per l'altro lato, contrario,il reimmergersi nel mondo lasciato per

rivederlo e conoscerlo di nuovo in ogni suo dove ,nel caso che qualcosa fosse sfuggito o fosse stato frainteso per inverare se stessi e le cose che ci hanno costruiti : amore,passione,raziocinio, tradizioni,contatti arcani,sentimenti,affetti,sogni.

 

In tal modo in MAGM'ARTIS dal Giotto francescano al Leonardo in "aurearmonia",da Michelangelo urlante nel "mistero",al "sogno perfetto"del "dolce Raffaello",

dal Turner dell'"incubo trasgnato",al Leger di "macerie d'uomo",dal Renoir "di fuoco"al Kandinsky delle "ali policrome vaste",al Tiziano di "luce incarnata",

dal Modì dei "deliri segreti",al "grano d'oro"di Van Gogh,da "sogni obliati" di Gaugain agli "idoli nuovi"di Picasso,dal Carrà ove "mare vagheggia/magma compatto"

al Cantatore dei "fossili visi" a Sassu "uomo di sangue e sogno" si riassume l'immane dono dell'Arte.

 

Ecco dunque il magma dei colori,dei sogni,delle "immagini dileguate"e delle "dense memorie profonde"

delle "luminose ascese".E' il "dito toccato con occhio e con cuore" che parla alla mente in modo "sublime "

ed il "divino conversare" diventa "un circolo rivelatore" un profeta di "dolce novella",un lettore dell'infinito

e la roccia si tramuta in orifiamma ,in creatura pensante,in un LUI che forgia "l'eccelsa forma immobile".

 

Dall'altro lato,il mondo è "smamiamania"solo di membra libere" che spasima ,urla, implora di spezzae le

catene corporee per "essere in LUI /sempre e per sempre/ in amen...". Giunti alla conclusione eroica

della ferinità dell'uomo ,ritorniamo all'inizio del poema ,al numero Uno delle "stelle mattutine",ai "cieli" "alti" "chiari" dove il "tremore d'organi" crea "armonie interiori" e,con essi,la ricchezza culturale che ritorna  ancora a LUI , Signore dell'Arte più simile al Cosmo divino :la MUSICA.

 

Il linguaggio lirico della Poetessa, 

Il linguaggio lirico della Poetessa,a volte,volutamente spezzato,a volte intercalato,a volte disteso e quasi

ricorrentesi,a volte assonante come lirica sacra sollevante , a volte dodecafonico nei rumori , negli

stridii, è talmente polifonico da assumere un andamento orchestrale e permette il leggere ed il rileggere

delle varie rime senza annoiarsi. Piace così ,ritornare sui versi già letti e ritrovarli senza sforzo ,quasi

un gioco ritmato e monodico, ambivalente che possiede qualcosa dei rapporti astrali che,nei loro numeri

cosmici,riflettono le vibrazioni e le sequenze udibili secondo misure matematiche interstellari.

 

 In tale modo,l'Autrice ,classica e romantica insieme,antica e modernissima ,regge le fila del suo tormentato sentire e del suo predeterminato ,continuo elevarsi senza disequilibrarsi mai,senza disperdersi mai,creando le magie del canto lirico bimodulare con la sicureza di compiere il Bene per l'anima e di donarlo copiosamente

con infaticabile e caparbio intendimento artistico :MAGM'ARTIS ,una promessa vitale che non viene mai meno.

Prof. M.Elisa Redaelli Luzi- San Benedetto del Tronto

 

Recanati,20 maggio 2006 -Centro Mondiale della Poesia e della Cultura

 

1° RECENSIONE

RECENSIONE del Prof.ANTONIO RAMINI di Iesi all'OPERA PRIMA di Novella Torregiani "COSI' PER CASO" G.E.V. Ed. Venezia 1991

 

Recensione del Prof. Antonio Ramini di Iesi-

 Autrice Novella Torregiani

Volume di poesia “COSI' PER CASO” Ed.GEV _Venezia-1991


La poesia di Novella Torregiani si traduce in ricerca stilistica e penetrante scavo interiore,come si può constatare dalla levigatezza dello stile, denso d'immagini che un 'intensa musicalità rende,spesso,pregnanti,suggestive;al tempo stesso,ci appare una personalità vigile,partecipe alla realtà del nostro tempo,filtrata attraverso le maglie di una sensibilià trepidante,femminile che,su di un partcolare vagheggiato o sull'eco di un ricordo,su di un paesaggio riscoperto nella sua primitiva freschezza,s'indugia distillando gocce d'incantata poesia.

Certamente molto ricca la gamma di motivi che desta l'ispirazione di questa poetessa:dai paesaggi,alla meditazione su vicende del tempo,dalla storia della sua anima a quei valori che dovrebbero contraddistinguere l'essere umano,motivi intimamente fusi e connessi in un tema di fondo : il sentimento della vita percepita nella sua varieà poliedrica di esperienza e di colore.

Non è certo un caso che tanta parte del lessico poetico sia attinta ad una tavolozza di accsa luminosità,di tonalità,d'implosioni estatiche dal sapore e fascino di antichi frammenti lirici:” Su carene di scogli e fondali di velluto,guizzi d'argento.

E' un canto,dunque,la cui voce si elèva nella vastità del mistero cosmico,nella sua caducità di creatura nata per estinguersi come un raggio di sole: “Canta uomo finché alito empie la voce:/dal cuore all'azzurro /eleva il tuo poema/Canta il pensiero che super a l'immenso/prima che giunga/silenzio.”

Ma il canto è anche sublimazione di ricordi lontani e,nel canto,si contrappongono visioni di panica ebrezza a sinistre immagini di morte.Eppure,è nel canto che l'artista ritrova un suo motivo autentico di vita e di amore: “Canto pensieri d'infanzia /con parole fluite/da giorni lontani/quando memorie/scioglievano anima e carne/nell'onda tenera/di musica dolce di Grieg./Cantavano allora/cicale nei campi/le spighe ondeggiavano colme/occhi di bimba/coglievano note di sogno/nel volo d'insetti./Poesia era intorno/pur se tra spire di guerra/la morte agitava la falce.Il sole vinse:/io canto.”

La poesia della Torregiani potrebbe configurarsi come un inno alla vita di quasi carducciana classicità per il nitore delle immagini e,ripetiamo,per la tersa levigatezza del linguaggio.Si pensi al ricorrere di verbi di forte connotazione dinamica ,d'insistente espressività luministica,quasi pennellate dalle iridescenti tonalità: empire,dischiudere,gridare,tuffarsi ardere,iridare

ribollire,trasparire,dilagare: “Questi deliri di marine azzurre/d'ascese infinite in perduti orizzonti/è dilagare di cielo.” E altrove:” Cascata d'acqua pura/brilla/ribolle/arde/irida./Si ferma il respiro/nel sogno di un attimo/immortale.”

Ebbene,il lessico stesso indurrebbe a pensare ad un influsso ,nella sua formazione culturale,di un determinato filone poetico che da Carducci,conduce a Quasimodo.

Non bisogna dimenticare che a questo sentimento vitalistico della natura( dove ride la metafora e il paesaggio risulta cosi limpido da sembrare pitturae,nel contempo,è ardimento stilistico. “Gigante in sonno sei/Conero monte:/né rosari di rocce/né gabbiani/nè flutti dellAdriatco di vento/-perla al tramonto-/ti destano:/increspatura/o immane onda sono/culla profonda./Mediterranea gioia /ride/in oro di ginestra. “)ebbene,a questo motivo si unisce ,poi,levitando versi di sottile malinconia,una nota di mestizia al ricordo struggente di giorni passati ,di un amore che l'orma inesorabile del tempo corrode,di fiabe presto dimenticate: “Effimere ore/effimere stagioni:/il tempo s'ingegna/a tutto immolare/ e sullo smalto terraqueo/-riso labile di luce-/l'effimero sovrasta. “

La lirica,allora,diventa elegia e il linguaggio,dolcemente,asseconda questa vena di dolce malinconia,assumendo clausole ed accenti propri di una canzone crepuscolare :”Forse un dolore atavico/mio amore/più dolce e triste/d'un triste madrigale/ci unisce crudo e pur blando/ad un tempo./E questo rito /antico/d'inseguire felicità/...ci vede ancora amici a far barriera/a questa cruda vita/che dissolve.”

E' un motivo segreto,dunque,questa pensosità sul mistero della nostra esistenza,farsa e tragedia,(come già era apparsa a Boito)che si cala,talora,in paesaggi aspri e desolati ove solo gorgoglia un suono di ruscello che sembra un pianto segreto:”Indifferente fluttua il ruscello/nell'eterna melodia di ghiaccio.” Talora,invece,assume la forma di sentenza, scandita in parole-segno scabre ed antiliriche :” Uomini/maschere vacue/vagano fissi/a mete indefinite./Impenetrate coscienze/cieche alla luce/scavano/involcri bui.” E questo ricorda per analogia,certe liriche di Pirandello.

Tutt'altro che intimistico,che solipsistico,dunque,il profilo di questo poetare che non ama ascoltare il proprio canto come una specie di narcisismo,ma il timbro inventivo nasce da una personalità che vive vicende drammatiche e le trasfigura in macchie di colore

che l'anafora insistentemente incide ad esprimere,nel livore del sangue,la violenza di un sogno distrutto e ,nel contempo,il declino di un mito :”Rosso deflagrare:/orrore silenzio./Rossi brandelli/rosso sangue/rossa giovent/rossa chimera./Il passato cieco impera :piazza Tienammen/rosso sepolcro/rosso tramonto. Anche gli dei del duemila si librano sullo sfondo di un immane olocausto e le “atomiche morti” che si celano dietro le “rosse bandiere” sembrano irridere “chi lotte condusse per vivere in dignità d'uomini.”

Dunque,dignità,pietà,recupero di valori antichi che giacciono ormai sepolti ed inascoltati in questi “spenti giorni”.

“Non voce / non sussulto /non pietosa/ di noi mortali/dal destino oscuro” dice la poetessa ed è appunto,in lei questa esigenza interiore ,quest'ansia di un contatto che dia la sensazione del nostro non essere soli,prigionieri nel “respiro del tempo”. E' certo significativo il suo insistere su di un particoare fisico che assume il fascino di un leonardesco ,metafisico simbolo:la mano.:”La

tua mano stringe/dolce/il mio polso”;e altrove:”Tra mani rapaci/bruciano esili steli” e ancora: “E'

difficile andare con il cuore in mano” e in una lirica di delicata musicalità aurorale “Invisibili mani/suonano candide note” e si potrebbe continuare.

Di contro alla violenza del nostro morire in”arido deserto” la poetessa vorrebbe elevare

“grattacieli d'amore” nella sua inesausta brama di purezza e d'amore: “Non voglio intorno a me /canti di paglia/parole morte/come conchiglie gettate dal mare./Voglio parole come grano maturo/canti densi di verità/semplici come voci di bimbi:/voglio/grattacieli d'amore.”

Ed ecco,allora,tutto un altro filone:volti di fanciulle colte nella intatta grazia della giovinezza ineffabile e radiosa :”Cos'hai /in quegli occhi di lago/ove tuffarsi/è perdersi in luce./Cos'hai/in quegli occhi di falco/che bruciano/ pensieri.” E ancora:”Tormetato fiore/nei verdi occhi/sciogli dolcezza./Hai orizzonti di speranza/anche se non lo credi.”Immagini di creature nelle quali sembra vivere una forma di cosmica armonia:” Venisti/ da grappoli chiari di stelle/docemente/in fiore di candida carne:/tra le braccia serro/secoli di bagliori.” Sono espressioni poetiche in cui ci pare di cogliere un'eco diSilvia ,di Nerina leopardiane ,vagheggiate ,però,con un sentimento d'amore in cui trema un'ombra di pianto:” La tua giovinezza/rapirei al vento/che dilegua/nei fossi carichi di foglie gialle/e sorvola/colline di ricordi :/avrei i tuoi occhi/-chicchi sgranati-/e sorrisi/capaci di sciogliere/monti di ghiaccio/nel colmo dell'inverno.” Questa lirica raggiunge un notevole livello di armonia estetica:

Non è casuale né estemporanea o improvvisata,l'ispirazione paesaggistica che si configura come ansia di luce e si torna,così,al filone primordiale del tema carducciano,nostalgico di perdute stagioni,anelito ad un fiabesco non di maniera,ma ricreato con immagini nuove,dense di colori sugestivi:”Antichi pescatori/pregni di mare/di creta il volto/come fauni alle marine/sguardo all'azzurro/pensieri a celati tesori:/richiamo intenso d'avventure antiche/ in lotta/con l'odiato-amato mare./Uomini di creta/fauni delle marine/ senza tempo voi/l'onda a guardare.”

Per concludere,questo è dono e privilegiodella poesia:tornare con parole sempre nuove a cantare i nostri sogni,le antiche angosce primordiali ,commuoversi al rifiorire della natura,soffrire per l'infinito dolore di molti che nessuno ascolta,nel voler riascoltare una voce,rivedere altri volti che il tempo ha rubato e continuare tuttavia,a vivere ad amare.

Dice la poetessa.”Ho chiuso i sentimenti in un baule/riposti accarezzati:/smesse trine./Sera senza tramonto /spenti giorni./Riaprirò quei tesori/per vivere ancora:/in essi avvolta/mi

vedranno sorridere.” PROF.ANTONIO RAMINI di Iesi(Specializzato in lessicografia all'Accad. Della Crusca)

 

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 GRUPPO CULTURALE
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